|
Al via il referendum contro la revisione della LADI
Fermiamo lo smantellamento sociale
di Sofia Ferrari
Ha preso avvio nei giorni scorsi il referendum contro la quarta revisione della Legge sull'Assicurazione contro la disoccupazione (LADI) approvata dal Parlamento nella sua recente sessione di marzo. Il fronte che si oppone a questa revisione vede il tradizionale schieramento di PSS, Verdi, organizzazioni sindacali (USS e Travail Suisse), nonché tutta una serie di organizzazioni, comitati, raggruppamenti a sinistra del PSS. L'obiettivo dichiarato di coloro che hanno occupato la scena pubblica con il lancio del referendum (social-liberali, verdi e organizzazioni sindacali) è di bissare il successo del 7 marzo e bloccare ulteriormente il processo di peggioramento delle assicurazioni sociali in atto da qualche tempo. In realtà questa volta non sarà una sorta di "passeggiata" come lo è stato lo scorso 7 marzo: un referendum quello che, praticamente chiunque, avrebbe potuto vincere con una certa facilità. Le cose saranno un po' più difficili perché se è vero che l'ampio risultato conseguito dal "no" il 7 marzo traduce una "rabbia" sociale e politica sempre più diffusa, è anche vero che la votazione sulle casse pensioni permetteva di tradurre molto facilmente questa "rabbia". Chi poteva accettare, in un contesto come quello che viviamo, la prospettiva di una riduzione del proprio salario (le pensioni altro non sono che salario, salario differito)?
Rimettere al lavoro
Nel caso della LADI la situazione appare più difficile. Gli elementi sui quali giocheranno padronato e partiti borghesi (di nuovo uniti e determinati) sono più difficili demistificare e possono contare sul lavoro ideologico svolto negli ultimi quindici-vent'anni dall'offensiva neoliberale. In questo senso appare centrale leggere il senso complessivo della riforma proposta. Tutte le proposte (sia nelle loro forma "estrema" avanzata in un primo tempo dal Consiglio Nazionale che in quella approvata in via definitiva, corrispondente grosso modo a quella iniziale del Consiglio Federale) hanno un solo obiettivo: spingere i disoccupati a ritornare il più in fretta possibile al lavoro. Che, detto così, potrebbe anche sembrare un obiettivo accettabile, perseguito pure da chiunque si trovi in disoccupazione: ritrovare un nuovo lavoro, un reddito, reinserirsi socialmente. Il problema è che la riforma della LADI approvata vuole che i disoccupati ritrovano lavoro a qualsiasi condizione di tipo professionale, salariale, sociale. È proprio in questa direzione che vanno molte delle misure approvate nell'ambito della revisione. Non a caso ad essere messi sotto pressione da questa revisione sono i più giovani e i lavoratori più anziani, i primi ad essere "abbandonati" dal mercato del lavoro ed i più difficili da collocare proprio per le loro "pretese". I primi perché spesso hanno una formazione completata e vorrebbero esercitarla e fare in modo che essa venga riconosciuta, ad esempio a livello salariale; i secondi perché spesso disoccupati dopo una lunga carriera professionale che gli ha permesso di accumulare esperienza e conoscenze, oltre che un certo livello salariale: tutte cose che vorrebbero, a loro volta, venissero riconosciute. Tutto questo è assolutamente contraddittorio con l'attuale situazione. La crisi del capitale e della sua redditività necessita, agli occhi del padronato, una forte diminuzione dei costi di produzione: il che significa salari più bassi, orari di lavoro più lunghi e flessibili, rapporti di lavoro più precari. La riforma dell'assicurazione disoccupazione sulla quale voteremo (e che ha tratti simili a quelli realizzati in altri paesi) vuole proprio spingere i disoccupati a "rimettersi al lavoro" accettando le condizioni offerte sul mercato del lavoro, indipendentemente dal fatto che rappresentino un netto peggioramento delle loro condizioni.
I giovani, ad esempio…
Particolarmente chiara risulta questa impostazione analizzando le misure approvate relative ai giovani disoccupati. Spiccano in particolare la riduzione delle indennità di disoccupazione per chi ha meno di trent'anni e l'estensione del concetto di occupazione adeguata (cioè l'obbligo di accettare di fatto qualsiasi lavoro venga proposto) anche a chi ha meno di trent'anni. Con queste misure (ed altre) si vuole, come detto, spingere i giovani lavoratori ad accettare qualsiasi proposta di lavoro venga offerta, anche se questa dovesse pregiudicare la possibilità di esercitare la professione appresa. Queste misure sono poi un chiaro segnale alle imprese (pubbliche e private) affinché adeguino verso il basso le condizioni di lavoro, ed in particolare di salario, offerte. E non è un caso che proprio questo è il movimento che appare sia nel settore pubblico (basti pensare, per non andare troppo lontano, all'ormai sistematica diminuzione dei salari di assunzione per tutti i dipendenti cantonali) che in quello privato, anche sulla spinta della liberalizzazione del mercato del lavoro. D'altronde l'obiettivo a medio-lungo termine di queste contro-riforme appare chiaro: rendere sempre più compatibile con il livello europeo le remunerazioni pagate in Svizzera. Il dumping salariale avanza lentamente ma inesorabilmente. Riforme come quella proposta dalla revisione della LADI ne sono un passaggio fondamentale. Una ragione in più per impegnarsi a fondo per cercare di contrastarla.
|