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Uno studio sui rapporti tra condizioni di lavoro e salute

L’organizzazione del lavoro maltratta la salute

Intervista a Jean-François Marquis*

Per la prima volta in Svizzera, un libro, opera dello storico Jean-François Marquis, fa il punto sul rapporti che intercorrono tra condizioni di lavoro e i danni alla salute dei salariati.
Il lavoro non è necessariamente salutare, così come non lo è la disoccupazione. In realtà, in Svizzera, così come altrove, l’organizzazione del lavoro ha conseguenze rilevati sui danni alla salute della popolazione attiva. Per convincersi di questo basta immergersi nelle 180 pagine dello studio “Condizioni di lavoro, disoccupazione e salute”, pubblicato ad inizio marzo dalle Editions Page deux di Losanna. Prima ricerca esaustiva sul tema, basata su dati nazionali, è stata realizzata dallo storico Jean-François Marquis nel quadro di un master in economia e management della salute. L’autore ha analizzato i risultati dell’Inchiesta svizzera sulla salute condotta dall’Ufficio federale di statistica nel 2007 dandone una lettura sociale. Fino ad ora, in Svizzera, in questo ambito erano state realizzate solamente ricerche regionali relative ad un tema specifico, spiega l’autore. L’originalità della sua ricerca consiste nello studio complessivo dei legami tra condizioni di lavoro e salute in tutta la Svizzera. Al fine di assicurare l’omogeneità dei risultati, F. Marquis ha utilizzato unicamente dati statistici relativi ai salariati. Presentazione di un tema importante affrontato in un libro denso.



La sua ricerca mette in luce l’esistenza di forti “disuguaglianze sociali nella salute” in Svizzera, potrebbe precisare meglio questo concetto?

La nozione di disuguaglianza sociale di fronte alle malattie e agli incidenti risale già alla rivoluzione industriale; essa ha tuttavia suscitato un ritorno d’interesse a partire dagli anni Settanta del secolo scorso. Se il livello di salute nei paesi industrializzati è globalmente migliorato dopo la guerra, i ricercatori si sono resi conto che le disuguaglianze tra le classi e i gruppi sociali, rispetto alla salute, aumentavano. In Svizzera, negli anni ’90, un uomo di 30 anni con un livello di formazione corrispondente alla scuola obbligatoria aveva una speranza di vita inferiore di 7 anni rispetto ad una persona con una formazione di livello universitario. Più grave, ad esempio, la situazione in un paese come la Gran Bretagna, dove la media della speranza di vita per una persona in buona salute segnava una differenza di 17 anni tra le regioni a più basso reddito e quelle a più alto reddito. Inoltre, si è constatato un interessante rapporto sociale: più si sale nella gerarchia sociale, migliore è lo stato di salute delle persone. Alcuni studi hanno dimostrato che un fattore essenziale che spiega queste differenze è la disuguaglianza sociale, i “determinanti sociali della salute” secondo il gergo tecnico. In uno studio del 2008, l’Organizzazione mondiale della salute (Oms) spiega questi risultati come originati da una “ripartizione ineguale del potere, dei redditi, dei beni e di servizi”, così come dalle “ingiustizie derivanti dalle condizioni di vita concrete degli individui”. La conclusione dell’Oms è implacabile: “L’ingiustizia sociale uccide su larga scala". Appare quindi necessario agire prioritariamente su questi elementi e non focalizzarsi sulle differenze biologiche o di comportamento. È la organizzazione stessa della società ad essere messa in discussione.

Il suo libro rivela punti di convergenza tra la Svizzera e gli studi condotti in altri paesi. Possiamo tracciare un parallelo tra questi paesi e il nostro?

L’inchiesta svizzera sulla salute è “trasversale”, fornisce una fotografia dello stato di salute di un campione di persone in un determinato momento. Su questa unica base non possiamo dimostrare nessi di causalità tra le condizioni di lavoro e la salute. Ma numerosi studi “longitudinali” sono stati condotti in vari paesi europei. In questi casi, si seguiva su un lungo periodo l’evoluzione delle condizioni di lavoro e di salute di un determinato campione di popolazione. In questo caso evidentemente possono essere verificati nessi di causalità. Ora, le associazioni che metto in evidenza nel mio studio convergono con quelle degli studi longitudinali condotti a livello europeo. Si può dunque ragionevolmente supporre che i nessi di causalità siano analoghi.

Nel suo lavoro utilizza spesso la nozione di “salute autovalutata”. Tale nozione ha un fondamento scientifico?

La domanda che viene posta è la seguente: “Come è la vostra salute in generale?”. I partecipanti al sondaggio dispongono di cinque possibili risposte che vanno da “molto scadente” a “molto buona”. Numerosi studi hanno dimostrato che questa domanda ha un buon carattere predittivo (cioè di anticipazione), in particolare in termini di mortalità. Questa domanda rappresenta dunque una buona misura sintetica dello stato di salute; domanda d’altronde utilizzata spesso anche nelle inchieste europee.

Quali sono i meccanismi attraverso i quali il lavoro diventa pericoloso per la salute?

Possiamo distinguere tre meccanismi. Inizialmente ci sono dei rischi fisici, come l’esposizione a polveri, rumori, prodotti pericolosi, trasporto di carichi pesanti, che hanno un impatto nocivo sul nostro organismo. Questo genere di problemi è relativamente ben documentato. Ci sono poi dei rischi psico-sociali. L’intensità del lavoro, esigenze troppo elevate, uno scarso controllo sul lavoro che si esegue o la precarietà sono importanti fonti di stress. Quando questo tipo di situazioni si prolungano, le risposte psico-biologiche allo stress diventano fattori di rischio, soprattutto per le malattie cardiovascolari o per la salute psichica. C’è infine la combinazione dei due meccanismi. Per esempio, una scarsa autonomia all’interno dell’organizzazione del proprio lavoro riduce la capacità di far fronte a rischi fisici, ad esempio come quando si tratta di assumere la corretta posizione per sollevare un carico pesante.

La situazione rispettiva di uomini e donne sul luogo di lavoro può essere paragonata?

Esiste un legame forte tra le condizioni di lavoro e i rischi professionali per entrambi i sessi. Ci sono comunque delle differenze. Gli uomini sono più esposti a rischi fisici, le donne ad una mancanza d’autonomia e di controllo sulle loro attività. La seconda differenza tra i due sessi sembra paradossale. Lo stato di salute degli uomini è più esposto al rischio di malattie psico-sociali. Per le donne, è l’esposizioni ai rischi fisici che ha più impatto. Serge Volkoff e Michel Gollac, che hanno messo in evidenza questi fenomeni, li spiegano a partire dai meccanismi di difesa dei salariati di fronte ai pericoli. Gli uomini tendono a minimizzare i rischi fisici, ai quali sono più spesso esposti, per meglio sopportarli in qualche sorta. Le donne fanno lo stesso con i rischi psico-sociali.

In che modo l’assenza di lavoro – la disoccupazione – contribuisce a degradare lo stato di salute?

La disoccupazione e il timore di perdere il proprio posto di lavoro sono fortemente collegati ad uno stato di salute peggiore. Questo può essere spiegato in due modi. Prima di tutto per un effetto di selezione: le persone con uno stato di salute critico sono le prime ad essere licenziate. I lavoratori rinunciano quindi alle consulenze mediche per non mostrarsi fragili e per evitare di essere licenziati. Secondariamente, per un nesso di causalità: la perdita d’impiego provoca un degrado dello stato di salute per differenti motivi. Il deteriorarsi della situazione materiale (perdita di reddito), l’assenza di riconoscimenti sociali – l’identità professionale non è tutto ma concorre in modo importante alla creazione dell’identità personale -, i comportamenti a rischio (fumo, consumo di medicamenti o di alcool) possono rinforzarsi con l’angoscia generale per la perdita dell’impiego.

È riuscito a valutare i costi per le cure necessarie a seguite dei danni causati alla salute sui luoghi di lavoro?

No, il mio studio non aveva quest’intenzione. Ma un dossier del SECO sui costi dovuti a stress pubblicato nel 2000 presentava una fattura corrispondente al 2.3% rispetto al PIL, un livello comparabile a quelli degli altri paesi europei. Oggigiorno, questo dato corrisponde a circa 12 miliardi di franchi all’anno.

Visto che sia le condizioni di lavoro che la disoccupazione sono nocive alla salute, quali dovrebbero essere le caratteristiche di un mercato del lavoro che permetta di proteggere la salute?

Partendo dai nessi messi in evidenza tra le condizioni di lavoro e i danni alla salute, vedo cinque grandi piste da seguire.
Bisogna prima di tutto eliminare la precarietà. La sicurezza dell’impiego è un’esigenza basilare per la salute della gente. Oggi, lo status dei lavoratori interinali o di quelli in subappalto tendono a moltiplicarsi, i licenziamenti si banalizzano: è la direzione esattamente opposta a quella che dovrebbe essere percorsa.
Bisogna in seguito eliminare o controllare il più possibile i rischi fisici, che sono ben lungi dall’essere scomparsi: due salariati su cinque sono esposti ad almeno tre dei fattori elencati in precedenza. Delle soluzioni esistono. Rappresentano certamente un costo, ma è la salute ad essere in gioco.
Si dovrebbe poi procedere alla riduzione dell’intensità del lavoro e allo sviluppo di un controllo dei lavoratori sulle modalità di lavoro, così come del sostegno sul quale possono contare. Sviluppare lo spirito collettivo piuttosto che le valutazioni individuali, rafforzare i diritti collettivi, incoraggiare una presenza sindacale sui posti di lavoro: ecco qualche esempio di misure semplici che vanno in questa direzione.
Infine, bisogna migliorare la compatibilità tra il tempo di lavoro e il resto del tempo, soprattutto il tempo dedicato alla famiglia. Questo tema rimette in discussione la lunghezza della giornata di lavoro e della presa a carico dei tempi di trasporto, sempre più importanti. Non ci saranno cambiamenti se le persone direttamente interessate non prenderanno in mano il proprio destino. È dunque, in primo luogo, necessario un dibattito sociale di ampia portata.


* Jean-François Marquis, «Conditions de travail, chômage et santé, la situation en Suisse à la lumière de l'Enquête suisse sur la santé 2007», Editions Page deux, 180 pagine, 27 fr.
Questa intervista, curata da Michel Schweri, è apparsa sul quotidiano Le Courrier il 6 aprile 2010. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà.


 

 
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