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Referendum sull’assicurazione contro la disoccupazione

Una revisione contro i giovani,ma non solo

di Sofia Ferrari

Abbiamo già indicato, nei numeri precedenti di Solidarietà, alcuni aspetti della revisione della Legge sull'Assicurazione contro la Disoccupazione (LADI) particolarmente insidiosi e sui quali, a nostro parere, dovrà essere concentrata la campagna referendaria. In particolare poiché su di essi si concentreranno gli argomenti dei sostenitori della revisione, facendo leva su luoghi comuni ("i giovani devono accontentarsi di quel che trovano", "meglio un lavoro, anche malpagato e precario che la disoccupazione…", ecc) presenti tra la popolazione, frutto anche dell'offensiva ideologica affermatasi negli ultimi due decenni ad opera del capitalismo neoliberale.
Il tutto nella prospettiva di aumentare la pressione per la "rimessa al lavoro" dei disoccupati, un'opzione essenziale per scardinare ulteriormente il mercato del lavoro che, ancora per molto tempo, sarà sottoposto alle conseguenze della crisi mondiale del capitalismo, tutt'altro che risolta nei suoi aspetti e nelle sue contraddizioni fondamentali.

Colpire i giovani...

Lo abbiamo già detto che i giovani disoccupati sono una delle categorie più colpite da questa revisione. Un aspetto fondamentale, anche perché, come noto, è questo uno dei segmenti più cospicui dei disoccupati. Basti pensare, prendendo come esempio il nostro cantone, che i disoccupati di età inferiore ai 30 anni rappresentano praticamente un terzo di tutti i disoccupati. Anche a livello nazionale, d'altronde, le proporzioni non cambiano di molto: a fine marzo sono più di 50'000 (sul totale di oltre 160'000 disoccupati) i disoccupati di meno di trent'anni.
Le misure che investono i giovani, nella revisione in atto, sono sostanzialmente tre.
La prima riguarda il concetto di occupazione adeguata, uno dei fulcri della LADI. Essa definisce i criteri per considerare un'occupazione, offerta ad un disoccupato, adeguata, cioè accettabile; un rifiuto di questa occupazione da parte del disoccupato fa scattare le sanzioni da parte della cassa disoccupati e perdere l'indennità giornaliera di disoccupazione.
Questo concetto, con il passare delle revisioni, è stato fortemente ampliato e peggiorato (per gli assicurati), nella prospettiva di rendere tutte le occupazioni proposte in qualche modo adeguate. Basti pensare, per non prendere che un solo esempio, che in questo articolo 16 della legge (dedicato appunto alla definizione di occupazione adeguata, troviamo un paragrafo che definisce come adeguata un'occupazione per la quale il disoccupato debba viaggiare (tra casa e lavoro) quattro ore al giorno tra andata e ritorno. In altre parole, per un disoccupato che abitasse a Chiasso, diverrebbe adeguata un'occupazione a Zugo…
Su questo terreno la revisione fa un passo ulteriore, rendendo inapplicabile uno dei paragrafi "protettivi" per tutti i disoccupati al di sotto dei 30 anni. Così d'ora in avanti il paragrafo che ritiene inadeguata un'occupazione che "non tiene convenientemente conto delle capacità e dell'attività precedente dell'assicurato" non potrà essere invocato per chi ha meno di 30 anni. Tradotto in termini concreti significa che qualsiasi tipo di occupazione offerta ad un disoccupato di meno di 30 sarà ritenuta adeguata e obbligatoriamente accettabile pena sanzioni.
Un secondo terreno sul quale i giovani passeranno alla cassa è quello delle indennità giornaliere. Attualmente (art. 27) coloro che non hanno versato contributi (perché in formazione o in altre attività non direttamente salariate - ad esempio maternità) avevano diritto al pagamento di 260 indennità giornaliere, corrispondente praticamente ad un anno (sono mediamente poco più di 21 le indennità pagate ogni mese). Ora tale diritto viene abbassato a 90 indennità, praticamente un terzo del diritto precedente.
Tra le varie categorie che entrano in disoccupazione senza aver versato contributi i giovani sono sicuramente quella più importante. Appare allora evidente come questa forte decurtazione del diritto alle indennità cumulata all'allargamento dei criteri di "adeguatezza" per le occupazioni offerte (la modifica alla quale abbiamo accennato qui sopra) concorrano a esercitare una pressione fortissima al "collocamento" a tutti i costi dei giovani disoccupati. Una pressione ad accettare lavori dequalificanti, precari, lontani dalla propria formazione e quindi tali da costituire, sul medio termine, un handicap ad una futura reintegrazione coerente nel mercato del lavoro; una pressione verso professioni con salari più bassi rispetto a quelli nelle professioni di provenienza o di formazione; in sintesi: una tappa ulteriore nel processo di riorganizzazione del mercato del lavoro e del salariato teso ad aumentarne lo sfruttamento e, in corrispondenza, a preservare o aumentare i margini di profitto delle imprese.

...Ma anche tutti gli altri

Abbiamo detto che questa revisione tocca in modo particolare i giovani e i lavoratori più anziani, anche se tutte le categorie subiscono dei peggioramenti dal punto di vista delle prestazioni. In effetti, dal punto di vista del numero di indennità, tutte le categorie di età sono colpite, attraverso la diminuzione generale del numero di indennità dalle attuali 400 a 260 e dalle attuali 520 a 400 per chi ha più di 55 ani di età se, in questi casi, gli assicurati non possono vantare un periodo di contribuzione di almeno 12 mesi. Le vecchie prestazioni (400 e 520 indennità) permangono solo se si possono vantare periodi di contribuzione più lunghi: 18 mesi, vedi 24 mesi.
In un contesto nel quale il lavoro precario è andato via via crescendo, rendendo meno continua e lineare l'attività lavorativa (spesso costellata da periodi di inattività a seguito di licenziamenti, contratti a termine e altre forme di lavoro precario) diventa sempre più difficile per un lavoratore (e soprattutto per un lavoratore difficilmente collocabile sul mercato del lavoro, come nel caso di un giovane lavoratore o di un lavoratore ultracinquantenne) poter presentare una carriera lavorativa continuativa e quindi poter avere accesso al numero massimo di indennità di disoccupazione.
Questa pressione sui lavoratori più anziani disoccupati si collega organicamente non solo con le pressioni per allungare il tempo di lavoro (vedi aumento dell'età pensionabile), ma con tutta la propaganda tesa a far rimanere "attivi" il più a lungo possibile anche coloro che avrebbero teoricamente diritto alla pensione. Della serie, di fronte alle difficoltà reddituali che sempre più si manifestano, "lavorare di più e più a lungo per guadagnare di più", slogan di importazione sarkoziana rivelatosi di fatto una vera e propria truffa.
Sono questi alcuni dei temi di fondo attorno ai quali, nell'ambito del rifiuto della revisione della LADI, dovrà concentrarsi la campagna referendaria; che si annuncia assai più complessa e ardua di quanto non lo sia stata quella dello scorso 7 marzo sul taglio delle rendite del secondo pilastro.


La politica cantonale senza prospettive

Abbiamo sottolineato a più riprese come l'intervento del Cantone, di fronte all'aumento della disoccupazione, sia stato nei fatti nullo. Al di là di qualche programma di occupazione temporaneo (le cui ricadute sono quasi insignificanti) l'intervento a sostegno dei disoccupati e delle difficoltà reddituali legate a questa condizione è stato totalmente assente.
Contrariamente ad altri cantoni tradizionalmente confrontati con tassi di disoccupazione relativamente alti al momento delle crisi congiunturali (come, ad esempio, Ginevra) i governi cantonali non hanno mai pensato di dotarsi di misure specifiche, complementari a quelle nazionali, a sostegno dei disoccupati.
È in queste condizioni che è trascorso praticamente tutto il 2009, nella totale inattività, di fronte ad una disoccupazione che, mese dopo mese, aumentava; senza dimenticare tutti coloro che sfuggono alle statistiche ufficiali, che senza lavoro sono pur non avendo più diritto al versamento di una indennità di disoccupazione, cancellati dalle liste stilate mese dopo mese dagli uffici regionali di collocamento.
Si è dovuti arrivare allo scorso mese di febbraio affinché il governo si accorgesse che l'attuale LADI contempla una misura che permette ai Cantoni di chiedere l'aumento delle indennità di disoccupazione dalle normali 400 a 520. Si tratta di 120 indennità supplementari che possono essere nel caso in cui, così recita l'attuale capoverso 5 dell'art. 27 della legge, "In un Cantone colpito da una disoccupazione elevata, il Consiglio federale può, su richiesta del Cantone interessato, aumentare di 120 unità al massimo il numero di indennità giornaliere di cui al capoverso 2 lettera a se detto Cantone partecipa alle spese nella misura del 20 per cento; questo aumento deve essere limitato ogni volta a sei mesi. Tale provvedimento può essere applicato anche solo a una regione rilevante del Cantone".
Il governo cantonale si è deciso a questo passo (tutt'altro che concretizzato) e ha proposto al Parlamento una serie di modifiche della legislazione cantonale necessarie per poter investire della questione il Consiglio Federale che, nel frattempo, ha già concesso ad altri cantoni questa possibilità (ultimo il Giura).
Ma, ed è qui che la revisione della LADI in votazione subentra, questo capoverso 5 dell'art. 27, che prevede appunto questo supplemento di indennità per i cantoni particolarmente colpiti dalla disoccupazione, è stato abolito nella revisione votata dal Parlamento e oggi oggetto del referendum.
Una decisione del tutto "coerente" con l'intera impostazione della riforma. Come abbiamo mostrato qui sopra la diminuzione generalizzata delle indennità (il numero normale di indennità cala da 400 a 260 e da 520 a 400) non consentiva che questo passo potesse essere in qualche modo vanificato da deroghe concesse ai cantoni e che, di fatto, potrebbero ripristinare il vecchio diritto.
Ma con questa modifica quello che sembrava un atto finalmente concreto del governo ticinese a sostegno dei disoccupati rischia di diventare nullo (o di avere poca vita) se la riforma venisse approvata e il referendum sconfitto il prossimo 26 settembre. Una ragione in più dunque, nell'ottica di una regione fortemente toccata dalla disoccupazione, per opporsi a questa riforma.



 

 
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