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La recente assemblea degli azionisti UBS

La democrazia degli azionisti?

di Sofia Ferrari

Non poteva andare altrimenti: lo show allestito in occasione dell’assemblea degli azionisti di UBS non poteva che dare la stura a tutti i commenti sulla “vittoria dei piccoli”, sulla vittoria “della democrazia degli azionisti”.
Non che le critiche rivolte ai dirigenti di UBS non fossero ragionevoli e sensate: ma di qui a celebrare la “democrazia azionaria” quasi come un modello per la riforma dell’economia ce ne corre...
In realtà il giudizio su quanto avvenuto a Basilea deve essere assai diverso. Prima di tutto mettendo in rilievo come la condanna dei dirigenti della banca fino al 2007 e la “promozione” degli attuali dirigenti siano profondamente contraddittorie. Non ci pare che si possa affermare che la “moralità” di chi dirige oggi le grandi banche, le priorità che essi perseguono, le pratiche che contraddistinguono la gestione di questi istituti siano assai diverse da quelle del passato.
Non a caso sono molti i commentatori, spesso insospettabili, che sottolineano come la conduzione degli affari non sia cambiata nelle sue linee essenziali e come, proprio questo aspetto, comporterà, prima o poi, l’esplosione di nuove bolle che si vanno accumulando...
Una seconda considerazione riguarda la natura della “democrazia degli azionisti”. Un’azione, un voto: sembra un principio “democratico” forte, in grado di sovvertire le sorti di un grande gruppo economico, di far contare la miriade di piccoli azionisti che vogliono incidere sulle opzioni e sui destini dell’azienda della quale possiedono una fetta (piccola) di proprietà.
In realtà tutto questo non è che pura illusione e i cantoni della “vittoria dei piccoli” lo sanno molto bene, coscienti di fare una pura operazione ideologica.
D’altronde quanto contino questi piccoli, seppur maggioritari, azionisti lo si è visto dal loro rifiuto di votare lo scarico degli amministratori per il 2007: praticamente senza conseguenze. La reazione di Villiger è stata chiara: non vi sarà alcun seguito.
È una “democrazia” strana ,d’altronde, quella degli azionisti; infatti più la struttura di una impresa è “democratica” e “partecipativa” dal punto di vista dell’azionariato, meno conta il voto del singolo azionista. Come non ricordare che proprio le cosiddette “public company”, quelle società caratterizzate per una forte diffusione del capitale sono quelle che possono essere controllate detenendo una percentuale molto piccola di azioni da parte di un solo azionista o un piccolo gruppo di azionisti?
Infine, che dire di un’assemblea degli azionisti, “democratica”, “critica”, etc. che si preoccupa, come è giusto, di limitare i salari dei manager (anche se su questo punto il consiglio di amministrazione ha avuto la meglio) e non spende una parola per le migliaia di dipendenti che hanno perso il posto di lavoro?
Decisamente la democrazia economica, ammesso che il termine abbia un senso, non passa attraverso “messe democratiche” come quelle celebrate a Basilea lo scorso 14 aprile.

 

 
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