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Francia, verso un attacco decisivo alle pensioni
I lavoratori organizzano la resistenza
di Francesco Sergi
Non sono state le sconfitte elettorali nelle regioni di Francia a far deviare il governo Sarkozy dalla sua strada, come era prevedibile. Tanto più che "l'avversario" vincitore di questa tornata di voti regionali, il Partito Socialista (PS), si allinea, per convinzione o per difetto, alle proposte della maggioranza di destra e quando non lo fa, è per domandare di essere più coinvolto nella "concertazione". I perdenti? Neanche a dirlo, in Francia come altrove, lavoratrici e lavoratori, giovani, pensionati, donne, migranti, etc. Come se non fosse bastata la tornata di controriforme neoliberiste dell'ante-crisi e poi, con la crisi del 2008, l'ondata di disoccupazione e la durissima degradazione delle condizioni di impiego, ora si prospettano nuovi attacchi contro la popolazione da parte delle classi dirigenti. Ne sanno qualcosa i lavoratori greci, confrontati a un'offensiva pesantissima, da parte del governo social-liberale di Papandreou, contro salari, servizi pubblici e pensioni. Anche in Portogallo due settimane fa un altro governo social-liberale ha presentato un piano di austerità a suon di privatizzazione e congelamento dei salari dei dipendenti pubblici per 4 anni, oltre a una misura (sarkozyana!) per il non-rimpiazzo di un funzionario su due che arriva al pensionamento. In Spagna stessa musica già a inizio anno: il governo Zapatero punta a un innalzamento dell'età pensionabile. I maggiori organi internazionali hanno dato esplicite indicazioni sulla centralità, in questa fase economica, di operare dei tagli alla spesa pubblica per riassorbire il debito. Una nota pubblicata in dicembre dal Fondo Monetario Internazionale (diretto da Dominique Strauss-Kahn, probabile candidato PS alle presidenziali francesi del 2012) metteva in particolare rilievo la necessità di ridurre sul lungo termine la spesa pubblica, con una prospettiva di "azzerare il debito pubblico all'orizzonte del 2040"; la principale misura per raggiungere questi obiettivi deve essere "la riduzione delle spese pensionistiche". Il governo francese manovrando per riformare le pensioni non figura quindi come una mosca bianca, al contrario. E la resistenza della popolazione francese contro la riforma delle pensioni avrà quindi chiaramente una portata internazionale. Non solo per la taglia demografica del paese, superiore a quella di Grecia, Portogallo e Spagna, e per il suo peso economico in Europa. Ma anche perché la Francia è il contesto sociale dove è stato finora possibile sviluppare con successo grandi movimenti popolari di resistenza alle riforme neoliberali: nel 2005 contro la Costituzione europea, nel 2006 contro il CPE (contratto di primo impiego, che precarizzava l'impiego dei giovani).
Tutto a fin di bene?
A un qualsiasi cittadino europeo (svizzeri inclusi) gli argomenti presentati da Sarkozy per questa riforma non suonerebbero affatto nuovi. Anche in Francia, tutto viene fatto a fin di bene in nome della lotta contro il debito pubblico eccessivo e lo squilibrio del sistema pensionistico legato all'invecchiamento della popolazione. Viene presentato un quadro di previsioni volutamente drammatico. Se già oggi una pensione su dieci non viene finanziata, il Comitato d'orientamento sulle pensione (COR) ha stimato un deficit del sistema pensionistico di 24,8 miliardi di euro nel 2020 e di 68,8 miliardi nel 2050. Laurence Parisot, presidente dell'associazione padronale francese (MEDEF), si è presentata in televisione giocando al rialzo e prevedendo un deficit vicino ai 100 miliardi per il 2050. Quegli stessi analisti e padroni che non hanno saputo prevedere il cataclisma finanziario del 2008 che con qualche mese d'anticipo ora sembrano quindi sicuri di come andranno le cose da qui a quarant'anni. Come non credergli… Potremmo forse credere ai demografi, che mostrano come l'invecchiamento della popolazione porterebbe al collasso dell'attuale sistema pensionistico. In effetti il numero di pensionati tende ad aumentare. In Francia erano 11 milioni nel 2000, saranno 21 milioni nel 2040. Ciò che viene spesso omesso di citare sono però due fatti importanti. Uno concerne l'evoluzione passata: nel 1960 c'erano 4 lavoratori attivi per 1 pensionato, oggi 1,5 lavoratori per 1 pensionato. E tuttavia l'economia francese non è al collasso nonostante questa evoluzione, grazie all'aumento della produttività registrato nello stesso periodo. L'altro fatto è che dopo il 2040 il numero di pensionati non farà che scendere: le giovani generazioni (1980 in avanti) sono meno numerose. Quanto alla durata della vita che si allunga, sarà anche vero in assoluto. Ma consideriamo come indicatore la speranza di vita "in buona salute", cioè senza handicap maggiori: nel 2008, era di 59 anni per un operaio, di 69 per un quadro dirigente. Considerando l'insieme della popolazione, un uomo può sperare di vivere in buona salute fino a 63 anni, una donna fino a 64. Questo dato porta ovviamente a relativizzare l'allungamento della durata della vita: che esiste sì, ma per diverse ragioni (condizioni di lavoro sempre più patogene, fattori ambientali, etc.) non corrisponde affatto a una "vecchiaia felice".
Un calendario senza esitazioni
L'agenda di avvicinamento alla riforma è ormai fissata e per Sarkozy tutto deve svolgersi nel più breve tempo possibile, cioè il prima possibile rispetto alla scadenza cruciale del 2012, anno delle prossime elezioni presidenziali. Dopo gli incontri consultativi del mese di aprile tra governo, sindacati e padronato, tra la metà di maggio e inizio giugno si avranno le prime discussioni attorno a delle proposte precise. Per il momento il governo Sarkozy non ha ancora manifestato una preferenza verso una delle tre possibili idee di riforma: aumentare l'età di pensionamento, aumentare le contribuzioni salariali oppure diminuire le rendite. Oppure ancora, una combinazione delle tre. Quale che sia la proposta che sarà concretizzata nel consiglio dei ministri dell'11 giugno e depositata in Parlamento in settembre, una è la certezza: saranno i salariati a prendersi carico dei sacrifici di questa riforma, che sia lavorando più a lungo, ricevendo un salario inferiore o una pensione ancora più magra. Invece le contribuzioni padronali al sistema di pensioni sono stabili dal 1993! I sindacati hanno partecipato alla consultazione con un attitudine molle, pensando che sarebbe bastato appoggiarsi sulla giornata del 1° maggio, senza andare oltre. Quanto al PS, dopo che alcuni suoi esponenti avevano pubblicamente dichiarato che "l'aumento dell'età pensionabile non è un tabù", cosa aggiungere?
Costruire la mobilitazione sociale
L'esigenza centrale di una riforma del sistema pensionistico è un'ulteriore ridefinizione dello squilibrio tra salari e capitale nella ripartizione della ricchezza. Si tratta insomma di ridurre i salari diretti (attraverso un aumento delle contribuzioni prelevate sul salario) e indiretti (diminuendo le rendite e diminuendo il numero di versamenti) oltre che di indurre i lavoratori e le lavoratrici a lavorare più a lungo. Per riassumerla con uno slogan, che purtroppo ci accompagnerà ancora per molti anni, i capitalisti vogliono far pagare la crisi ai lavoratori. E nel caso delle pensioni, non soltanto ai salariati di oggi, ma anche ai pensionati e soprattutto alle future generazioni. Organizzare la resistenza a questo attacco brutale e globale è la sfida centrale del prossimo periodo. Una resistenza che potrà avere una possibilità di successo solo e soltanto se passerà dalla piazza, dai luoghi di lavoro e di studio. Solo una mobilitazione generale, uno sciopero che blocchi la Francia potrebbe avere ragione della determinazione dei padroni e del loro governo, nonché dell'inerzia dei social-liberali e delle burocrazie sindacali. Sin d'ora, attorno a un appello lanciato dalla fondazione Copernico e da Attac-Francia e sottoscritto da numerose organizzazioni anticapitaliste e della sinistra radicale, da associazioni, sindacati e organizzazioni giovanili, si strutturano dei comitati unitari sui luoghi di lavoro, quartieri e università. Comitati impegnati in una campagna intensa di controinformazione e di agitazione che prepari il terreno alla mobilitazione che, nei prossimi mesi, dovrà costituire la risposta all'attacco del governo. I militanti anticapitalisti, tra cui i membri del Nouveau Parti Anticapitaliste (NPA), stanno giocando un ruolo importante nell'alimentare questo movimento. Oltre ad investire una presenza costante nei comitati unitari e nella loro attività, l'NPA cerca di portare le proprie posizioni nella discussione, per politicizzare e radicalizzare il dibattito. Le rivendicazioni che da qualche anno l'NPA porta avanti si iscrivono pienamente in questa dinamica di difesa del sistema pensionistico attuale: aumenti salariali generalizzati, reddito minimo a 1500 euro, una politica d'impiego nel settore pubblico, il divieto di licenziamento, l'aumento dell'imposizione sugli alti redditi e sugli utili. Tutte misure che sono anche in grado di portare una risposta rapida al problema di finanziamento delle pensioni, del debito pubblico e, più in generale della crisi economica e sociale che milioni di persone stanno vivendo.
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