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Meno membri, carrierismo dirigenziale

Aspetti della crisi del sindacalismo svizzero

di Giuseppe Sergi

Che una struttura come l'Unione Sindacale Svizzera (USS) sia, in quanto tale, ormai sostanzialmente inutile non è più necessario, da molto tempo, dimostrarlo. Priva di una vita propria e autonoma (ostaggio per anni della strapotenza della Federazione del metallurgici - la FLMO, oggi di Unia, versione "moderna e dinamica" della FLMO), le peripezie dell'USS riflettono la crisi ed il declino storico del sindacalismo operaio in Svizzera (ci limitiamo qui a parlare di quello di "matrice socialista", tralasciando il discorso, non molto differente per la verità sul sindacalismo di altra origine, a cominciare da quello di matrice cristiana).
Un declino e un fallimento che si esprimono sia sul piano qualitativo che su quello quantitativo. Vorremmo qui, tra i molti spunti che potrebbero essere portati a illustrazione di queste affermazioni, mettere in luce due aspetti: l'evoluzione dei dirigenti dell'USS e quella del numero dei suoi effettivi.

Dal sindacato al padronato

Un aspetto particolare, ma certo significativo, di questa crisi è il rapporto stretto che lega il padronato, pubblico e privato agli organismi dirigenti dell'USS e ai suoi quadri (tralasciamo qui di analizzare questo rapporto a livello delle singole federazioni, certo ancor più fondamentale). Non è certo una novità (è sempre stato un elemento fondante del sindacalismo di questo paese) ; ma non vi sono dubbi che assistiamo ad una dinamica che si va sempre più intensificando negli ultimi anni, con un passaggio sempre più frequente di dirigenti dell'USS ad altre funzioni, sia nell'ambito del settore privato che di quello pubblico. Naturalmente questo ultimo termine non deve trarre in inganno poiché il "pubblico" al quale facciamo riferimento consiste molto spesso in settori dell'amministrazione che sono veri e propri strumenti di sostegno alle politiche economiche e sociali del padronato. Pensiamo, ad esempio, a strutture come il SECO (ex-UFIAML) o l'Ufficio Federale delle Assicurazioni Sociali (UFAS).
E' proprio di questi giorni, a conferma di quanto scriviamo, la nomina a vice-direttrice dell'UFAS di Coletta Nova, da tempo segretaria dirigente dell'USS, responsabile della politica sociale e della sicurezza sociale (AVS, AI, ecc).
La cosa, per chi ha conosciuto in questi anni la moderazione politica (per usare un eufemismo) di Colette Nova, non ci sorprende. L'orientamento social-liberale dei dirigenti dell'USS non faticherà certo ad adattarsi a quello liberale, con qualche preoccupazione più o meno sociale, dell'UFAS o degli altri importanti uffici federali.
Colette Nova non è la prima, e non sarà l'ultima come detto, a fare questo passo. Tra i più recenti ricordiamo, tre o quattro anni fa, il passaggio armi e bagagli del segretario dirigente dell'USS, Serge Gaillard, al SECO, chiamato da Doris Leuthard a dirigere uno dei punti nevralgici (la sezione lavoro) di questo importante ufficio federale.
Ci par già di sentire le osservazioni di chi pensa che queste "promozioni" faciliteranno il lavoro di coloro che vogliono difendere gli interessi dei salariati, potendo contare, in posti chiave fondamentali, su persone con una sensibilità ed un'attenzione particolari verso i problemi dei salariati. Ma la realtà e l'esperienza hanno mostrato esattamente il contrario. E oggi, ad esempio, i maggiori critici di personaggi come Serge Gaillard si trovano proprio nei suoi ex-amici dirigenti dell'USS e delle altre federazioni, che con lui avevano condiviso l'impostazione sindacale degli ultimi quindici anni (Pedrina, Rechsteiner e banda…).
Ma questi che abbiamo citato sono solo gli ultimi di una lunga serie di defezioni. Basti ricordare, tra i più famosi e importanti, quelli di W. Jucker, finito all'UFIAML, o di Beat Kappeler (finito alla destra politica), o di Ruth Dreifuss, finita in consiglio federale dopo aver fallito la scalata alla direzione dell'UFIAML in sostituzione del dimissionario Jean-Pierre Bonny. A questi casi se ne potrebbero aggiungere molti altri di dirigenti dell'USS finiti a dirigere uffici del lavoro cantonali, quando non addirittura associazioni padronali. Una tendenza acceleratasi negli ultimi anni.
È il segnale di una crisi profonda che investe il movimento operaio, incapace di produrre quadri dirigenti che abbiano, oltre ad una formazione specifica, anche una formazione politica di base fondata su un'adesione ad un progetto politico di fondo alimentato anche da un impegno personale - di vita oseremmo dire - dalla parte dei salariati. Oggi invece i dirigenti sindacali (e i sindacalisti in generale, queste osservazioni valgono anche per le singole federazioni) sono persone che, prima di tutto, scelgono questo impegno perché cercano un lavoro, di solito ben remunerato, e che permette, in molti casi, di costruire anche una carriera politica. È la ragione per la quale, dopo anni di disinteresse, chi vuole fare carriera all'interno del PSS ha ricominciato ad interessarsi ai posti sindacali (il caso forse più celebre, in questi ultimi anni, è quello del vodese Maillard).
Tutto questo è uno dei segni della crisi del sindacalismo che, con questi dirigenti, non può altro che diventare pratica istituzionale, denuncia astratta e cartacea, priva di qualsiasi capacità (e volontà) di costruire rapporti di forza sul terreno a favore dei salariati in una prospettiva antagonistica tra capitale e lavoro.

Meno membri: ovvero l'USS avanza!

Le cose non vanno meglio se si analizza l'evoluzione dal punto di vista quantitativo, che per gli attuali quadri dirigenti dell'USS (e delle federazioni) è il "banco di prova" per verificare il successo di una linea sindacale, costituendo allo stesso tempo l'elemento di "forza" di un sindacato. Quante volte abbiamo sentito dire che la forza di un sindacato viene, prima di tutto, dal numero dei suoi iscritti ?
A questo livello un semplice riferimento all'evoluzione degli ultimi vent'anni è sufficiente per rendersi conto del declino. Basti pensare, ad esempio, che nel 1990 l'USS era formata da 16 federazioni sindacali che contavano quasi 450'000 iscritti (443'584 per l'esattezza). Allora lavoravano in Svizzera circa 4 milioni di persone. Vent'anni dopo la popolazione attiva è salita a oltre 4 milioni e mezzo. Ma l'USS, che conta sempre 16 federazioni - seppur con qualche rimescolamento al suo interno, ha perso la bellezza di quasi 70'000 membri (a fine 2009 erano per l'esattezza 377'327).
Basterebbero questi dati per chiudere la discussione anche se, va ricordato, il numero dei soci non è di per sé l'elemento fondamentale per valutare forza e capacità di mobilitazione di un sindacato. Pensiamo qui, ad esempio, al caso di molte federazioni sindacali che brillano per i loro successi quantitativi così come per le loro scarse capacità di mobilitazione sul terreno: esemplare da questo punto di vista la VPOD/SSP Ticino, campione nazionale di adesioni sindacali che non hanno riscontro sulla sua capacità di mobilitazione.
Va pure aggiunto, sempre su questo tema quantitativo, che in questi ultimi anni il "taroccamento" dei dati relativi agli effettivi sindacali è stata la regola all'interno delle maggiori federazioni. Senza di che il quadro sarebbe molto, ma molto più desolante…
Quando non si possono taroccare i dati (sono solo le federazioni a poterlo fare) allora li si interpreta. Così, per il 2009, l'USS può annunciare un " aumento " dei soci, passati dai 368'426 del 2008 ai 377'327 di fine 2009. Se si passano in rassegna le varie federazioni dell'anno precedente si notano tuttavia quasi solo delle perdite e se si fa il conto finale si arriva a 366'171. L'USS avrebbe perso quindi qualcosa, lo 0,6% dei membri. E invece ecco spiegata la crescita: il SIT, piccolo sindacato ginevrino da tempo "membro osservatore" dell'USS, ha un nuovo statuto, quello di "membro associato": e così può portare in dote i propri 11'156 iscritti e fare in modo che gli effettivi dell'USS possano segnare un aumento del 2,4%.
Naturalmente questo aumento non significa proprio nulla: anzi, nella realtà i lavoratori sindacalizzati sono diminuiti (anche il SIT ha perso membri), ma le statistiche potranno celebrare l'avanzata sindacale seppur in un anno di crisi.

I due aspetti che abbiamo citato, partendo da avvenimenti di attualità, illustrano (assieme ad altri di ancora maggiore importanza: a cominciare dalla ormai assenza quasi totale dai luoghi di lavoro) la crisi del sindacalismo in questo paese. Non saranno né i comunicati, né la propaganda, né gli incentivi materiali a fermare un declino ormai irreversibile.

 

 
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