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Evoluzione e prospettive poco rassicuranti

Disoccupazione: tutto bene?

di Sofia Ferrari

I dati di aprile relativi alla disoccupazione e le previsioni “incoraggianti” per le prospettive economiche del nostro paese (resi noti nelle scorse settimane dagli uffici federali e da diversi istituti di ricerca) hanno messo le ali ai commentati apparsi nei giorni scorsi.
Il peggio, secondo la maggior parte di questi commenti, sarebbe ormai alle nostre spalle e l'economia svizzera, al pari di quelle europee e di quella statunitense, si orienterebbe verso una crescita, certamente lenta, ma sicura che si paleserà già nella seconda metà dell’anno e, con più decisione, l’anno prossimo.

I dati della disoccupazione

È sicuramente vero che negli ultimi due mesi i dati relativi ai disoccupati hanno segnato, sostanzialmente, una stagnazione, vedi una leggera diminuzione.
Si tratta, al di là delle analisi di comodo, sicuramente di un fenomeno collegato a due elementi reali. Da un lato un aspetto sicuramente “stagionale” (lo testimonia il netto miglioramento in settori fortemente influenzati da elementi stagionali quali il turismo e l’edilizia); dall’altro una “ripresa” in alcuni settori, in particolare in quello industriale, dopo la rovinosa caduta della prima parte del 2009.
Ma questi dati, al di là del fatto che vadano inseriti in una visione più complessiva per quel che riguarda una eventuale “ripresa”, non bastano ad affermare che la disoccupazione appare meno preoccupante o, addirittura, sulla via di un lento ma sicuro riassorbimento.
Basterebbe a testimoniarlo due dati, presenti nelle statistiche mensili e sui quali pochi si soffermati.
Il primo riguarda i cosiddetti disoccupati di lunga durata. Si tratta di lavoratori e lavoratrici disoccupati alla ricerca di un posto di lavoro da oltre un anno senza successo. È un segnale importante del deterioramento del mercato del lavoro. Ebbene, un anno fa i disoccupati di lunga durata erano 1’205 e rappresentavano il 18% di tutti i disoccupati; un anno dopo, aprile 2010, questa categoria di disoccupati comprendeva 1’789 lavoratori, praticamente il 30% in più di un anno fa. Questa categoria rappresenta oggi quasi il 25% di tutti i disoccupati, con un aumento significativo (quasi il 7% rispetto ad un anno fa). Da notare infine che il numero dei disoccupati di lunga durata non ha seguito, in questi ultimi mesi, la leggera “decrescita” del numero totale dei disoccupati. Infatti, lentamente ma costantemente, si è passati dal 1’683 di dicembre 2009 ai 1’789 di fine aprile 2010.
Un altro dato sul quale varrebbe la pena di riflettere è comunque la stabilizzazione ad un livello elevato del ricorso al lavoro ridotto da parte delle imprese.
Basti qui ricordare che nel mese di febbraio 2010 (è l’ultimo dato disponibile) il numero delle aziende e dei lavoratori colpiti ha subito un leggero incremento, dopo la diminuzione importante tra aprile e luglio del 2009.
Resto il fatto che, anche in questo caso, vi sono da scontare dei fenomeni stagionali (le imprese fanno fare ai dipendenti le vacanze arretrate e approfittano anche per periodi di chiusura aziendale); ma è pur vero che sono sempre circa un migliaio di posti di lavoro (se le ore perse complessive vengono trasformate in un numero equivalente di dipendenti a tempo pieno). Non siamo lontani dal numero di posti di lavoro persi in un anno fa o nei mesi di novembre e dicembre 2009.

Quali prospettive?

La “sfiga” degli istituti di ricerca è di aver completato le loro “analisi” e di aver pubblicato le loro “previsioni” prima che la “bufera” greca agitasse nuovamente le acque economiche e finanziarie europee.
Basterebbe pensare alla possibile e sicura influenza dell’evoluzione del tasso di cambio euro-franco per rendersi conto di quanto le rosee previsioni di questi istituti siano fuori strada.
Né può valere, da parte loro, la giustificazione di considerare quanto sta avvenendo in Europa come un evento eccezionale o imprevisto: tutti gli elementi alla base della crisi in atto erano presenti da tempo. Così come lo sono altri elementi economici e finanziari che potrebbero accelerare la loro influenza sull’evoluzione del contesto europeo e mondiale.
D’altronde le discussioni, le riunioni e i commenti degli ultimi giorni non sono certo incoraggianti per chi aveva annunciato la fine dell’emergenza finanziaria ed economica. Basti pensare, ad esempio, alla nuova crisi che sembra investire l’industria automobilistica europea, ormai passato l’effetto degli incentivi che aveva dopato produzione e vendita dei principali costruttori europei, a cominciare da quelli tedeschi.
E non faranno certo bene le decisioni dei ministri delle finanze UE di procedere ad ulteriori giri di vite nei conti pubblici, con programma di austerità pesanti.
Per l’economia svizzera, ed in particolare per la sua industria di esportazione, tutto questo non rappresenta certo qualcosa di positivo.
La crisi, economica, finanziaria e occupazionale è tutt’altro che alle nostre spalle. E non traggano in inganno i dati della disoccupazione degli ultimi due-tre mesi. Riprendendo il gioco di parole con le quali un quotidiano ticinese ha commentato, in positivo, i dati di aprile della disoccupazione, val la pena ricordare che “una rondine non fa primavera”.

 

 
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