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Le trattative in Ticino su contratto e orari di apertura

Un accordo a perdere

di Lucio Finzi

Sembrerebbe essere ripresa a buon ritmo (almeno stando a quanto affermano i giornali) la trattativa tra organizzazioni sindacali (tutte a quanto pare, Unia compresa) e le organizzazioni padronali del commercio per tentare di arrivare alla conclusione di un contratto collettivo di lavoro (CCL) e di un accordo relativo agli orari di apertura dei negozi.
Un "compromesso" fortemente voluto anche dal Dipartimento Finanze e Economia (DFE) di Laura Sadis che, se questo accordo venisse raggiunto, potrebbe poi dare via libera al suo progetto di nuova legge sugli orari di apertura dei negozi di cui una prima versione è già stata messa in consultazione nei mesi scorsi presso le organizzazioni sindacali e padronali.

Un accordo win-win?

Sono di moda, così ci dicono i responsabili delle relazioni industriali, gli accordi costruire sull'idea che tutte le parti debbano (o debbano credere sarebbe forse l'espressione migliore) di aver ottenuto qualcosa. Una trattativa sarebbe quindi utile e positiva quando tutte le parti possono dire di avere in qualche modo "vinto".
Naturalmente questo esercizio viene molto spesso fatto evitando accuratamente di chiedere il parere, soprattutto in materia sindacale, ai diretti interessati, coloro che subiscono sulla proprie pelle "vittorie" e "sconfitte" e che quindi non sempre vedono le cose da questo stesso punto di vista.
In materia di apertura dei negozi l'evoluzione della posizione sindacale, in particolare in Ticino, è ormai completa: anche Unia, che almeno fino a qualche tempo fa sosteneva che stipulazione di un CCL e concessioni in materia di apertura dei negozi non erano barattabili, si è di fatto ora allineata a questa posizione. Posizione già difesa da molto tempo dagli altri sindacati che erano addirittura arrivati, qualche anno fa, a sostenere l'estensione degli orari di apertura dei negozi in cambio della firma di un CCL. Quell'accordo, definito inaccettabile, venne allora combattuto da Unia attraverso un referendum vittorioso sugli orari di apertura.
Ora questa posizione di uno "scambio" ha conquistato tutto il panorama sindacale e così si sta negoziando (naturalmente senza aver per questo alcun mandato dai lavoratori e dalla lavoratrici) per raggiungere l’obiettivo considerato sindacalmente “storico” di un CCL cantonale (uno per la verità esiste da tempo) in cambio di qualche concessione sugli orari di apertura.

Le lavoratrici e i lavoratori non ci stanno

È significativo che le organizzazioni sindacali si mettano a negoziare un accordo che comporterebbe un aumento degli orari di apertura dei negozi (e/o una loro ulteriore flessibilizzazione) proprio quando dai lavoratori e dalle lavoratrici giungono segnali che vanno esattamente nella direzione opposta.
Ad esempio in casa Unia questo problema tende ad emergere ora con chiarezza sulla base dei dati di un sondaggio svolto di recente tra i lavoratori e le lavoratrici della COOP.
Significativo infatti che tra le preoccupazioni maggiori delle dipendenti vi sia quella relativa agli orari di apertura e al loro prolungamento e che tale problema venga considerato prioritario.
Si tratta di un atteggiamento più che normale e sensato da parte dei lavoratori e delle lavoratrici che hanno assistito, in questi ultimi anni e non solo alla COOP ma in tutta la grande distribuzione, al proliferare di forme di flessibilizzazione degli orari di apertura dei negozi e, di conseguenze, anche degli orari e delle forme di lavoro.

Orari di apertura e orari di lavoro

Entrare nel merito di questo scambio vuol dire dimenticare una cosa elementare: e cioè che l’organizzazione dei tempi di apertura dei negozi incide profondamente sugli orari di lavoro e sulle condizioni di lavoro del personale.
In questo senso il tentativo di organizzare uno “scambio” tra una migliore situazione contrattuale (che tra l’altro non significa automaticamente la condizione individuale di ogni lavoratore) e un peggioramento degli orari di apertura dei negozi è un’operazione destinata a peggiorare le condizioni di lavoro dei salariati del settore della vendita.

Non ci sono scorciatoie

In realtà non vi sono scorciatoie per modificare i rapporti di forza e riuscire ad arrivare alla conclusione di contratti collettivi di lavoro che non siano il risultato di concessioni importanti che, alla fine, li vanificano.
La strada è un lavoro lungo e paziente che metta costantemente al centro gli interessi dei salariati; che non sempre coincidono con gli interessi delle burocrazie sindacali. Una evidenza che tuttavia i dirigenti sindacali tendono sempre più a dimenticare.

 

 
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