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Le lotte dei migranti in Svizzera e in Europa
Uguali diritti, per una lotta comune
(Movimento per il socialismo)
Nel contesto europeo attuale - segnato da una profonda crisi economica e da piani di austerità a valanga - la questione dei diritti dei migranti si colloca al crocevia di quattro processi socio-economici e politici: 1. l'esplosione di una precarietà estesa dei rapporti di lavoro e della disoccupazione; 2. il rafforzamento delle contro-riforme sociali che toccano l'insieme dei diritti sociali acquisiti dai salariati nel corso del secondo dopoguerra; 3. l'emergenza di una criminalizzazione dei movimenti sociali (di quelli di sostegno ai migranti per esempio) e della minaccia ai diritti democratici elementari, che tocca in primo luogo i migranti; 4. lo spazio politico occupato dalle forze di estrema destra, apertamente razziste, che, più di una volta, utilizzano il terreno preparato dalle politiche pubbliche di "controllo dei flussi migratori". Una riflessione concreta sulla situazione dei migranti - al di là dei differenti statuti legali e amministrativi che i poteri governativi conferiscono loro - conduce rapidamente a capire che, sotto una forma o un'altra, la grande maggioranza di loro sono costretti a vendere la propria forza lavoro. In questo senso, appartengono alla larga schiera di lavoratrici e lavoratori, di salariati e salariate. Spetta perciò alle associazioni, ai sindacati, alle organizzazioni politiche che si associano nella difesa dei diritti dei salariati, senza eccezioni e senza condizioni, partire da questa constatazione per creare, da un lato, le condizioni per una convergenza di rivendicazioni e, dall'altro lato, opporsi radicalmente a delle misure che appaiono "eccezionali", "riservate ai migranti", ma che domani saranno utilizzate contro altri salariati.
La coppia "emigrazione illegale"-"immigrazione illegale"
In una parte della sinistra ufficiale, è stata accettata un'idea: esisterebbe una "emigrazione illegale". Questa idea, martellante, è utilizzata a proposito di Africani, Maghrebini, Iracheni o Afghani, etc. che attraversano deserti e mari per tentare di raggiungere l'Europa. Il migrante diventa così un criminale. Ciò va direttamente contro l'articolo 13, capoverso 2 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, redatta nel 1948, e che afferma: "Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese." Questa formula della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo faceva di fatto riferimento ai paesi autoritari, tra gli altri l'Unione sovietica o la Germania Est, che impedivano ai loro abitanti di emigrare, di uscire dal loro paese. Di fronte a questa realtà è stata costruita una nozione di "immigrazione illegale" poiché, per definizione, un paese può vietare l'entrata sul suo territorio a un migrante. In un primo tempo, nel corso degli anni '50 e '60, alcuni "emigranti illegali" provenienti dai paesi dell'Est erano accolti con ospitalità. Parallelamente era organizzata da diverse agenzie, nei paesi della periferia europea o extra-europea, una selezione di migranti per i settori della costruzione, del lavoro agricolo stagionale, del lavoro nell'industria, etc. Attualmente, sono i paesi dell'Unione europea (UE) che negoziano con una serie di paesi extra-europei la pratica di una "emigrazione illegale". Molto concretamente, i poteri in carica nell'UE, come quelli della Svizzera, esigono, contro pagamento, che l'Ucraina e la Libia, passando per il Marocco, organizzino una polizia e degli strumenti repressivi contro "l'emigrazione illegale", contro coloro che passano in questi paesi o che vengono da questi paesi, per arrivare in Europa. Questa "emigrazione illegale" che bisogna reprimere alle frontiere dell'UE è giustificata in nome della lotta contro "l'immigrazione illegale". Si svolge una vera e propria contrattazione. Per esempio, il presidente del Senegal Abdoulaye Wade dichiarò che, se il governo spagnolo rimpatriava dei Senegalesi che erano naufragati sulle spiagge delle isole Canarie, voleva ricevere del denaro in cambio, per non si sa bene quale progetto di sviluppo. È quel che si nasconde, il più delle volte, dietro l'idea di co-sviluppo come risposta alle migrazioni. Così, due apparati di polizia si costruiscono simultaneamente: uno nei paesi della periferia per controllare "l'emigrazione illegale", l'altro nei paesi dell'UE per far fronte alla "immigrazione illegale", Il governo libico non ha soltanto arrestato Göldi e Hamdani, ma soprattutto migliaia e migliaia di Africani e Africane, torturati, violentati, scambiati tra poliziotti corrotti. Su questo, il silenzio è completo. Il governo elvetico non si commuove troppo. Gheddafi lotta contro "l'emigrazione illegale".
I campi di oggi e quelli di ieri
In linea con questa politica sorgono in seno all'UE e in Svizzera dei campi di detenzione per stranieri. Dei campi identici e finanziati dall'UE e della Svizzera sono stati costruiti in Libia, Marocco, Ucraina e Mauritania. Questi campi sono sottoposti alle convenzioni internazionali alle quali aderiscono questi Stati: la Convenzione delle Nazioni uniti relativa allo statuto dei rifugiati, la Convenzione internazionale dei diritti del fanciullo, etc. Nei paesi come la Grecia, l'Italia, Cipro o Malta, gli stranieri, che non hanno conosciuto una fine tragica durante il loro periplo, sono posti in detenzione, indipendentemente dalla loro situazione umanitaria e/o giuridica. Gli aeroporti d'Europa, proprio accanto alle sale VIP, hanno i propri campi di detenzione. L'iniziativa e il controprogetto sull'espulsione dei "criminali stranieri" si situa in linea con queste misure amministrative repressive. La gravità di questa situazione sul piano dei diritti democratici è volontariamente negata dai partiti di governo o che desiderano diventarlo. Nei campi sono detenuti degli esseri umani senza condanne, senza giudizio, per una sola ragione: hanno attraversato una frontiera o pretendono di soggiornare in un paese, senza aver rispettato le "regole stabilite". Ma queste regole sono il più delle volte contrarie al diritto internazionale, tra le altre cose al diritto internazionale concernente la protezione dovuta ai rifugiati. Ogni incarcerazione di questo tipo sfocia necessariamente su dei maltrattamenti, delle violenze fisiche e psicologiche. Gli scioperi della fame, le rivolte - o più drammaticamente, i suicidi - traducono la volontà di dignità degli esseri umani che affrontano l'indegnità della politica delle classi dominanti e del potere che esse organizzano. Gli internamenti amministrativi violano i diritti fondamentali: quello di andare e venire liberamente, il diritto d'asilo, il diritto al rispetto della vita privata e famigliare, il diritto a non subire trattamenti inumani. Il Parlamento europeo, in uno studio del dicembre 2007, conclude: "la detenzione nei centri chiusi conduce alla creazione o all'aggravamento dei disturbi psicologici degli stranieri detenuti, disturbi che possono rivelarsi drammatici quando si tratta di minori". Questa politica di detenzione - sotto il nome di controllo dei flussi migratori - accentua la stigmatizzazione del migrante e alimenta razzismo e xenofobia, un razzismo di Stato. La battaglia condotta da diverse organizzazioni per la chiusura di questi campi in Europa e altrove, fa parte di una lotta più generale per la difesa dei diritti democratici. Questi campi di detenzione per stranieri rimandano - come non capirlo? - alla storia di altri campi: quelli degli anni '30 e '40 in diversi paesi d'Europa, i campi dell'URSS o i campi della Cina.
Sfidare l'ordine del profitto
"Emigrazione illegale", "immigrazione illegale", campi di detenzione rappresentano un tassello della politica di "controllo dei flussi migratori" - altrimenti detto controllo e utilizzo coercitivo della forza di lavoro su scala internazionale. L'altro tassello è quello della precarizzazione dei rapporti di lavoro, di cui i migranti rappresentano il segmento più vulnerabile. Un settore industriale intero, quello dell'automobile, utilizza massicciamente il sub-appalto per permettere ad alcune grandi marche e ai loro azionisti di raccogliere il massimo di plusvalore e di profitto. In coda alla catena dei sub-appalti si ritroveranno i disoccupati e dei migranti sottoposti a delle condizioni di lavoro di una durezza estrema, a degli orari flessibili senza limiti, etc. Lo stesso vale, in maniera ancora più accentuata, nei settori del tessile, della costruzione, della ristorazione, etc. Gli anelli della catena vanno dallo sfruttamento dei lavoratori marocchini che costruiscono gli hotel per i turisti nel loro paese ai migranti marocchini sovra sfruttati nell'agricoltura e nella costruzione in Europa. Gli anelli di tale catena possono essere ricostruiti in numerosi settori, dalla fibra di ferro necessaria a produrre l'acciaio fino ai ferraioli kosovari utilizzati, in sub-appalto, da Implenia. Quando i lavoratori sans-papiers in Francia avanzano lo slogan: "On cotise ici, on vit ici, on reste ici" (paghiamo qui le imposte, viviamo qui e restiamo qui), aderiscono allo slogan dei lavoratori migranti latinos negli Stati Uniti, che affermavano, e affermano oggi in Arkansas : "Lavoriamo qui, creiamo ricchezza, abbiamo agli stessi diritti". Dunque, regolarizzazione per tutte e tutti, Tutte e tutti, sotto una forma o un'altra, fanno fronte a un sistema sociale, economico e politico che tende - in particolare nella situazione attuale di crisi - ad attaccare i diritti individuali, sindacali, sociali, i diritti collettivi. La mobilitazione più unitaria possibile per difendere questi diritti - al fine di poter rispondere a dei bisogni economici, sociali, culturali - si scontrerà al potere dei dominanti. La lotta per tutti i diritti dei migranti è un elemento di quella per i diritti e i bisogni dei salariati. Questa lotta non potrà essere condotta se la posta in gioco non sarà resa comprensibile agli occhi di tutti i partecipanti: le attuali misure del governo elvetico, per esempio, contro i disoccupati, contro i pensionati, contro i militanti sindacali nelle imprese, hanno la stessa origine che quelle prese contro i migranti. Detto in altre parole, davanti al potere della classe dominante bisogna rianimare, attorno a delle lotte concrete ed esemplari, lo spirito di un interesse comune di tutti i salariati e, a partire da questo, la presa di coscienza che la dignità passi attraverso la volontà e la capacità di affrontare quelli il cui solo dio è l'ordine per il profitto o l'ordine del profitto.
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