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Risposte preoccupanti al dumping salariale e sociale
Xenofobia in salsa social-liberale
di Giuseppe Sergi
Lo sapevamo che sarebbe andata a finire così. Passate le votazioni sui diversi accordi bilaterali, in particolare quelli relativi alla circolazione, alla sinistra social-liberale e alle direzioni sindacali, che hanno difeso la liberalizzazione del mercato del lavoro ritenendo (ogni volta che si è votato) sufficienti le misure di accompagnamento proposte, non è rimasta altro da fare che raggiungere le posizioni leghiste, magari con un linguaggio e riferimenti rituali "di sinistra", ma con la stessa logica politica di fatto xenofoba.
Il dibattito sulla libera circolazione
Nelle diverse votazioni alle quali abbiamo assistito negli ultimi anni (l'ultima nel febbraio 2009, cioè in piena crisi economica e occupazionale) le posizioni degli oppositori agli accordi erano sostanzialmente due. Da un lato quella leghista, delle destra, contraria alla libera circolazione con l'idea di difendere"i noss", cioè i lavoratori domiciliati in Ticino e in Svizzera, sulla base della convinzione che la liberalizzazione del mercato del lavoro avrebbe portato ad una sostituzione di personale "indigeno" con personale frontaliere. Naturalmente questo scenario nella testa di Lega ed UDC non è fondato su un atteggiamenti ingenuo: estremamente vicini agli interessi padronali essi sanno bene, da sempre, che una maggiore liberalizzazione significa anche maggiore concorrenza e che, in un contesto poco disciplinato in materia di salari come quello svizzero, la preferenza agli immigrati deriva dalla possibilità di pagarli di meno e sfruttarli di più. D'altronde non ha caso Bignasca è stato il primo, molti anni fa, a teorizzare questo fatto, proponendo salari più bassi per i frontalieri, "colpevoli" di poter beneficiare di un potere d'acquisto maggiore vivendo in Italia. Sull'altro fronte del No vi era la nostra posizione (certo minoritaria e costretta a subire le critiche della sinistra social-liberale benpensante) che individuava negli accordi sulla libera circolazione non certo la via di nuovi diritti per i lavoratori stranieri (paradossalmente negli ultimi si sono piuttosto ridotti, basti pensare a cosa avviene in materia di diritti nelle assicurazioni sociali), ma una vera e propria liberalizzazione del mercato del lavoro. Il quesito che ci si doveva quindi porre era se le cosiddette misure di accompagnamento fossero una base sufficiente per costruire una opposizione al dumping salariale e sociale. Ritenendole insufficienti la nostra campagna per il No fu la conseguenza logica. Sull'altro fronte invece vi fu il grande abbraccio, tra social-liberali, direzione sindacali, partiti borghesi e padronato: tutti concordi nel dire che gli accordi bilaterali avrebbero permesso un grande sviluppo al paese e che il dumping salariale e sociale sarebbe stato impedito dalle misure di accompagnamento.
La crisi e la politica del padronato
Oggi social-liberali e direzioni sindacali sono costrette ad ammettere che in realtà le misure di accompagnamento hanno accompagnato lo sviluppo del dumping salariale e sociale che, lentamente ma inesorabilmente, avanza. Dapprima toccando, attraverso forme di lavoro particolari - come i lavoratori "indipendenti" - i settori tradizionali della presenza di lavoratori esteri quali l'edilizia; poi cominciando ad investire i settori del cosiddetto terziario: vendita, impiegati di commercio, ecc. Attraverso processi di sostituzione, attraverso la rotazione del personale, in molti di questi settori, in gran parte privi di qualsiasi regolamentazione, avviene un processo di abbassamento dei salari quasi impercettibile sul breve periodo, ma che nello spazio di una generazione potrebbe dare risultati importanti dal punto di vista di una diminuzione dei salari praticati in questi settori. La crisi economica ha indubbiamente favorito ed accelerato questo processo di rotazione del personale, così come i processi di sostituzione di personale "indigeno", con livelli salariali più elevati, con personale straniero, in particolare frontaliero, che si accontenta di salari più bassi e di condizioni di lavoro peggiori. Il padronato, evidentemente, lavora su questa ipotesi e spinge con convinzione, seppur con ritmi e tempi moderati, in questa direzione, nascondendosi dietro pretese tensioni sul mercato del lavoro, o sull'impossibilità di trovare manodopera qualificata sul mercato del lavoro ticinese.
La preoccupante svolta social-liberale
Di fronte ad una strategia rivelatasi fallimentare i social-liberali tentano la carta del recupero, di fronte ad una destra, in particolare la Lega, che vede confermata al sua ipotesi proprio da questa strategia padronale in atto. Ed ecco allora i social-liberali sposare di fatto le tesi leghiste, presentate in un "sinistrese" che tenta di mascherare questa svolta. I segnali sono molteplici, ci limitiamo qui a ricordare tre episodi che confermano questa tesi. Il primo è la risoluzione adottata all'ultimo congresso del PS in marzo. Significativo il titolo: "La ripresa deve favorire soprattutto i lavoratori residenti". Ci si può chiedere perché la ripresa economica non possa favorire, ad esempio, anche un lavoratore frontaliere che lavora in Ticino da venti o trent'anni…Secondo il PS "rafforzare la posizione della manodopera indigena sul mercato del lavoro cantonale in vista della ripresa economica è fondamentale". E via di questo passo. Dove è chiaro a chi vive nella realtà e non tra le nuvole che "rafforzare" gli indigeni significa "indebolire" i non indigeni, proporre un atto di divisione dei salariati che è proprio la ricetta della destra populista e xenofoba. Non contenti di questo orientamento tre deputati social-liberali (Ghisletta Raoul, Ghisletta Dario e Graziano Pestoni) propongono, attraverso un'iniziativa parlamentare, l'introduzione di un'indennità di residenza. Un supplemento salariale, sul modello degli assegni familiari, di 2'400 franchi annui per i lavoratori dipendenti con figli e di 600 per quelli senza figli. Naturalmente nulla per chi non "risiede" in Ticino. Le spiegazioni sono chiare: chi vive in Ticino ha difficoltà, chi vive all'estero non ne avrebbe. Quindi non ha diritto a questo tipo di prestazioni. Anche in questo caso la logica xenofoba è evidente, non lontana dalla logica sviluppata da UDC e banda quando si parla, ad esempio, delle prestazioni delle assicurazioni sociali versate all'estero. Inutile dire che simili proposte aprono autostrade alla propaganda leghista e xenofoba, oltre che a favorire la crescita di questi sentimenti tra i salariati. Ultimo atto di questa escalation l'interrogazione di Raoul Ghisletta (sempre lui) e Saverio Lurati che scoprono che nel settore della vendita sarebbe esploso il numero dei lavoratori frontalieri grazie alla libera circolazione; di conseguenza il dumping salariale con ditte "che giocano sporco" sarebbe in aumento. Si chiede alle autorità di "battere i pugni sul tavolo" e di intervenire affinché le aziende assumano residenti.
Un invito a nozze per il leghismo
Questi atteggiamenti e queste proposte non porteranno, naturalmente, nulla di. E questo le situazioni che vengono denunciate e che si vorrebbero risolvere sono esattamente quelle che, con la liberalizzazione del mercato del lavoro, padroni e partiti borghesi volevano raggiungere: una liberalizzazione del mercato del lavoro che abbassasse i salari, rendendoli sempre più vicini a quelli delle regioni italiane di confine ed aumentando così la "competitività" del Ticino; lo stesso discorso che si fa in altri ambiti, a cominciare da quello fiscale. Appare quindi abbastanza difficile che chi ha fatto di tutto per arrivare a questo stato di cose possa oggi prendere misure che riportino indietro le cose. Di fronte ai rapporti di forza parlamentari queste proposte social-liberali non hanno nessuna chance. Valgono quanto quelle che potrebbe fare chiunque altro. Ma queste proposte sono evidentemente negative poiché, come detto, alimentano il discorso xenofobo e concorrono ad approfondire la rottura tra lavoratori "indigeni" e frontalieri, rappresentando quindi un'importante ipoteca per qualsiasi discorso e attività che tenti di unire i salariati contro le politiche padronali.
Costruire la solidarietà sul terreno
Di fronte ai danni causati dalla liberalizzazione del mercato del lavoro e dall'inefficacia delle misure di accompagnamento, non vi sono scorciatoie. Social-liberali e direzioni sindacali, alle prese con le conseguenze della loro politica, avanzano queste nuove proposte che peggiorano ulteriormente le cose. L'unica strada è quella di costruire una rete di solidarietà sui luoghi di lavoro, battendosi per la difese degli interessi materiali e sociali di tutti i lavoratori, svizzeri e immigrati, frontalieri compresi. E allo stesso tempo avanzare rivendicazioni unitarie (aumenti uguali per tutti, introduzione di un salario minimo legale, ecc.) che possano permettere di mettere in scacco la politica padronale, sempre più forte, di messa in concorrenza dei salariati.
PS. Avevamo terminato la redazione di questo articolo quando sul Corriere della Sera di sabato 26 giugno questi aspetti, in relazione all’ultima interrogazione Lurati, sono stati oggetti di una lunga inchiesta. Significativo il fatto che persino Claudio Pozzetti, segretario della CGIL, “greppiante” da sempre in casa UNIA, abbia dovuto ammettere una certa “meraviglia” per queste prese di posizione.
Peste o colera? Dubbio medico/politico in casa social-liberale
Se in Ticino le cose prendono la brutta piega che abbiamo qui sopra descritto, a livello nazionale le cose non vanno molto meglio. Quel partito nazionale che, secondo Cavalli e i suoi amici di Prospettive Socialiste, è "più a sinistra" del partito cantonale, è stato capace, poche settimane fa, di votare il controprogetto del Consiglio Federale sull'iniziativa dell'UDC relativa all'espulsione e al rinvio dei criminali stranieri. L'iniziativa, come noto, prevede l'introduzione del principio razzista della cosiddetta "doppia pena". E cioè la condanna di un cittadino straniero avverrebbe non solo in quanto cittadino che commette un violazione di legge, ma in quanto straniero, addossando alla colpa commessa anche quella di essere straniero. Un principio evidentemente razzista che, con la scusa di voler combattere la "delinquenza straniera" rimette in discussione principi democratici e di diritto fondamentale. Che, con la sua iniziativa, sia l'UDC a proporre tutto questo è assai logico visto l'orientamento di questa partito. Così come non sorprende che il Consiglio Federale, con il sostegno dei partiti borghesi, abbia elaborato un contro-progetto (che, adottato dalle Camere Federali, verrà sottoposto in votazione unitamente all'iniziativa UDC) che riprende di fatto l'orientamento proposto dall'iniziativa, in qualche aspetto addirittura peggiorandolo. Laddove, ad esempio, si indica che possa essere espulso qualsiasi straniero che abbia commesso "un'infrazione passibile di una pena privativa della libertà di almeno un anno". Come non ricordare che vi sono molte infrazioni (ad esempio nell'ambito della circolazione stradale) che possono benissimo giungere da una condanna di questo tipo. Ma questo orientamento di partiti borghesi e del Consiglio Federale non sorprende, come detto. Negli ultimi decenni la legislazione federale in materia di stranieri e di asilo è stata peggiorata in seguito alle pressioni (spesso tradotte in iniziative popolari) dell'UDC; partiti borghesi (e a volte anche i social-liberali) hanno sempre giustificato questi peggioramento come l'adozione del "male minore" di fronte al "peggio" rappresentato dalle proposte UDC. Questa volta le cose sono andate ancora peggio. E i voti social-liberali sono stati decisivi per far approvare il contro-progetto del Consiglio Federale; una posizione che ha sorpreso perfino una parte dei media, soprattutto in Svizzera romanda. Interrogata dalla TSR, la deputata social-liberale Maria Roth-Bernasconi ha spiegato di aver dovuto scegliere tra "la peste" (l'iniziativa) e "il colera" (il contro-progetto del Consiglio Federale). E come lei ha votato la maggioranza della frazione socialista al Consiglio Nazionale, garantendo così l'adozione del contro-progetto. Marina Carobbio, consigliera nazionale e medico - e che, bisogna ricordarlo, ha votato no sia all'iniziativa che al contro-progetto, dovrebbe dare qualche corso ai suoi colleghi. Corso non solo ti tattica politica, ma di medicina elementare. Spiegando che, forse, sarebbe meglio non avere né il colera, né la peste; che entrambe fanno male, che non si tratta di una scelta, ma, al massimo, del modo migliore di ammalarsi. Una prospettiva inaccettabile per chi voglia mantenersi in salute e rifiutare la logica distruttiva della xenofobia e del razzismo.
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