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Crescita continua della disoccupazione di lunga durata
Una situazione sempre più preoccupante
di Giuseppe Sergi
Nel corso dei due ultimi mesi circa 2 milioni di americani hanno " rinunciato " a cercare lavoro e quindi, come tali, non rientrano più nelle statistiche dei disoccupati, contribuendo a rafforzare l'idea che le cose sono certo serie, in materia occupazionale, ma che non peggiorano e, forse, miglioreranno. Qualcosa di simile sta avvenendo nel nostro paese, e ancor di più, forse, nel nostro cantone sulla base delle particolarità del mercato del lavoro locale, a proposito della evoluzione della disoccupazione. Non passa giorno senza che una percentuale relativa alla produzione, un dato mensile sulla evoluzione del numero dei disoccupati iscritti agli uffici di collocamento, senza che una previsione di banche e istituti di ricerca economica, ci segnalino che le cose stanno andando nettamente meglio e che le prospettive per il futuro sono veramente buone: il peggio sarebbe passato ed ora è solo questione di tempo prima che tutto torni "come prima". Naturalmente non è chiaro che cosa possa rappresentare questo ritorno alla "normalità": se la situazione prima dell'ottobre-novembre 2008 (quando la crisi ha cominciato ad investire in modo palese l'occupazione), se quella prima dello scoppio della crisi finanziaria (agosto 2007) o ancora un prima. Resta il fatto che, qualsiasi punto di riferimento si prenda negli ultimi anni, la situazione sociale ed occupazionale appare tutt'altro che tranquilla e in miglioramento. Una breve riflessione sugli ultimi dati ufficiali relativi alla disoccupazione nel nostro cantone (e tralasciamo qui qualsiasi riflessione sul fatto che questi dati rappresentino effettivamente la realtà di chi non ha un lavoro e vorrebbe averlo) ce lo conferma.
Sempre sopra quota 10'000
Sono mesi ormai che ci viene detto che siamo in netta fase di recupero. Anche gli ultimi dati, relativi a giugno - un mese tradizionalmente di consolidamento positivo dei trend occupazionali, ci dicono comunque che a fine giugno il numero delle persone in cerca di lavoro (e iscritte agli uffici di collocamento, non dobbiamo mai dimenticarlo) erano 10'157, il 5% in più rispetto al giugno dello scorso anno. Se il trend nei prossimi mesi dovesse seguire quello del 2009 (e non vi sono ragioni oggettive perché questo non avvenga) è probabile che a fine 2010 ci troveremo con un livello di disoccupazione (ufficiale, lo ricordiamo) assai vicino a quello degli anni 2005-2006 e non lontano da quelli di fine anni '90, anche se le mutazioni strutturali (basti pensare all'aumento del lavoro precario e di quello a tempo parziale) tendono ad attenuare la crescita del fenomeno.
Aumenta la disoccupazione di lunga durata
Lo avevamo già segnalato in passato e i dati di giugno lo confermano drammaticamente: inesorabilmente crescono i disoccupati di lunga durata (la statistica della disoccupazione considera tali tutti coloro che sono disoccupati da oltre un anno). Il loro numero (e si tratta qui di disoccupati e non di persone in cerca di lavoro) a fine giugno era di 1'782, in aumento dell'1,3% rispetto al mese precedente e ben del 44% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Ma il dato assume una dimensione preoccupante (e lo si percepisce immediatamente anche dando un solo colpo d'occhio al grafico relativo agli ultimi quindici anni) se si analizza l'evoluzione della parte di disoccupati di lunga durata rispetto al totale dei disoccupati. Con il dato di giugno sopra menzionato questa percentuale supera chiaramente il 25% segnato già nel mese di maggio e arriva al 26,3%, dicendoci che più di un quarto dei disoccupati ufficiali sono tali da oltre un anno. Un dato in netta ripresa dall'inizio dello scorso anno (a gennaio 2009 erano poco più del 16%); ma un dato che ci avvicina (ed è questo l'aspetto di straordinaria gravità) ai periodi più difficili degli ultimi vent'anni. Basti pensare, sempre per rimanere su questo dato, che si deve tornare a metà del 1999 per trovare un dato simile e non lontano ormai dai massimi raggiunti in questi due ultimi decenni (circa il 37% a metà del 1998).
Che fare?
Questo ultimo dato, da solo, sarebbe sufficiente ad illustrare la profondità della crisi sociale che stiamo vivendo e a mostrarci come le prospettive siano tutt'altro che incoraggianti. Anche perché, unito a quello relativo alla sempre maggiore presenza di manodopera frontaliera, conferma quello che abbiamo indicato a più riprese in passato, uno dei meccanismi fondamentali della costruzione del dumping salariale e sociale. Attraverso un meccanismo di rotazione del personale (che tocca sia i lavoratori "indigeni" che i lavoratori frontalieri già attivi) le condizioni di lavoro e, soprattutto, di salario tendono a spostarsi verso il basso. I nuovi assunti entrano a condizioni di lavoro peggiori di quelli, poco importa se fossero altri frontalieri o persone domiciliate in Ticino, che sostituiscono. Di fronte a tutto questo le posizioni tendenzialmente xenofobe (precedenza agli indigeni) servono a ben poco. Anche perché sono di fatto dei puri e semplici appelli alle imprese che, come noto, ragionano in termini ben diversi dalle priorità nazionali o patriottiche (loro sono "internazionalisti" fino in fondo: basta garantire il massimo profitto non hanno preferenze nazionali). La strada da riprendere è quella di un salario minimo interprofessionale che permetta di bloccare il dumping salariale e sociale.
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