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La logica di “integrazione” della revisione AI
I malati al lavoro?
di Nathalie Narbel*
Pubblichiamo questo interessante contributo che mette in discussione i discorsi che sostengono l'integrazione degli invalidi nel mercato del lavoro oggi dominati nel quadro delle diverse riforme dell’Assicurazione Invalidità (la 5a, già realizzata e la 6a , in fase di realizzazione). (Red)
È strano osservare che oggi due discorsi sul lavoro coesistono, ma sembrano spesso ignorarsi a vicenda. Da una parte, gli effetti nefasti del lavoro sulla salute, in particolare la salute mentale, sono oggi descritti e tematizzati molto bene, oggetto di un gran numero di pubblicazioni e di congressi. L'intensificazione dei ritmo e l'aumento della pressione, della precarietà e delle esigenze di redditività, così come la diminuzione di un importante fattore di protezione quale il sostegno dei colleghi, hanno conseguenze dirette sulla salute dei lavoratori. I rischi qualificati come psico-sociali, a differenza dei rischi fisici, oggi sono molto diffusi, i suicidi a France Télécom non ne sono che la tragica illustrazione. L'ultima ricerca svizzera sulla salute (2007) integrava d'altronde per la prima volta la dimensione del lavoro nella valutazione dello stato di salute delle persone interrogate. Il 41% di queste ultime affermavano di subire forti pressioni psicologiche sul lavoro. Sofferenza, stress e molestie sono termini e realtà che associamo sempre più frequentemente al lavoro. Ciononostante, in Svizzera, questa realtà rimane ancora mal documentata e, ad esempio, non esiste alcuno studio sul legame tra le condizioni di lavoro e la probabilità di diventare invalidi. Una lacuna del genere è rivelatrice. Perché, se è vero che il lavoro rende (a volte) malati, esiste oggi un altro tipo di discorso che pretende di rimettere i malati al lavoro. In effetti, nelle revisioni dell'assicurazione invalidità (AI) che si concatenano a un ritmo sostenuto, l'integrazione delle persone invalide nel mondo del lavoro è brandita come la soluzione per coprire i deficit dell'assicurazione. L'obiettivo è seducente: reintegrare persone invalide nel primo mercato del lavoro, ridar loro un'indipendenza finanziaria, uno statuto più gratificante. È un progetto condiviso da tutti, sicuramente nei discorsi, probabilmente meno nei fatti. La prima parte della 6a revisione dell'AI, discussa al Consiglio degli Stati il 15 giugno scorso, propone di migliorare la capacità di guadagno (indicatore del tasso d'invalidità) di circa 17'000 beneficiari di rendita attraverso misure di reinserimento, senza modifica del loro stato di salute, questo per spingerli a ritrovare le vie dell'impiego remunerato e per sopprimere in questo modo il loro diritto ad una rendita. Ricordate, la 5a revisione dell'AI si vantava di proporre agli assicurati misure per trovare, ritrovare o conservare un impiego ed evitare così la concessione di una rendita. Più di due anni dopo l'entrata in vigore di questa revisione, non sappiamo granché del tasso di riuscita di queste misure di reinserimento perché le persone che ne hanno beneficiato escono dalle statistiche dell'assicurazione, che abbiano trovato lavoro o no. Ciò che si sa, d'altra parte, è che in occasione della campagna referendaria contro la 5a revisione dell'AI, nel 2007, l'Ufficio federale delle assicurazioni sociali aveva annunciato, nel quadro del progetto Job-Passerelle, la creazione di 3’000 impieghi destinati a persone con handicap. Ora, a tutt'oggi, hanno potuto essere creati solo 30 impieghi grazie a questo progetto. Mentre la 5a revisione vantava la "reintegrazione invece della rendita", la 6a ha come nuovo ritornello "il risanamento (dell'assicurazione) attraverso la reintegrazione (dell'assicurato)" e quindi "il reintegro dopo la rendita". Questi discorsi sull'integrazione nascondono male il vero obiettivo delle revisioni recenti e future dell'assicurazione invalidità: coprire i deficit dell'assicurazione riducendo le prestazioni. L'assicurazione invalidità, uno dei pilastri del nostro sistema di sicurezza sociale, non gode di un'immagine positiva. I discorsi sui pretesi falsi invalidi hanno avvelenato i dibattiti, e gli assicurati, di cui facciamo tutti parte, non amano prevedere l'eventualità di ricorrere a questa assicurazione. La mancanza d'interesse pubblico, politico e mediatico che queste revisioni suscitano è all'altezza della speranza di un effetto cospirazione atteso attraverso questa indifferenza. E i discorsi sull'integrazione rassicurano quelli che li promuovono affermando che la sorte degli assicurati che perderanno il loro diritto a una rendita - garanzia della loro sopravvivenza - è più desiderabile del loro attuale statuto. Ma bisogna credergli, dato che la società non è pronta a organizzarsi per creare impieghi adattati e durevoli? Se oggi le condizioni di lavoro richiedono una salute, e come si è visto, una salute psichica solida, come immaginare che il mondo del lavoro, esposto alla pressione della concorrenza e della redditività, sia disposto ad accogliere decine di migliaia di persone colpite nella loro salute e che non hanno più lavorato per anni? In Svizzera, l'adagio "il lavoro è salute" sembra avere ancora buone prospettive davanti a sé - almeno più che "il lavoro può portare danni alla salute". Ma ci sarà davvero lavoro per i malati?
* segretaria di Pro Mente Sana. Questo articolo è stato pubblicato nella rubrica Opinions del quotidiano romando “Le Temps”. La traduzione è stata curata dalla redazione di Solidarietà.
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