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No alla mercificazione del calcio
Tra scandali e profitti un mondo nel pallone

di David Gygax

La Coppa del mondo di calcio, dal 9 giugno al 9 luglio, mobiliterà miliardi di telespettatori (in audience detta “cumulata”). Mobiliterà anche mercanti, sponsor, inserzionisti e altri investitori. È politicamente utile tentare di descrivere qualcuna delle tappe che hanno marcato la trasformazione del calcio nel corso degli ultimi decenni sotto gli assalti ripetuti di un’offensiva mirante a fare del gioco del calcio un terreno propizio agli investimenti. E di intravedere come le “regole del gioco” sono state modificate per rendere questi investimenti redditizi. I capitali investiti nel calcio e nelle attività economiche ad esso periferiche hanno evidentemente poggiato sulla popolarità e sulla notorietà del gioco, che sono di per sé la garanzia – certo instabile – di un ritorno degli investimenti. Per questa ragione le imprese, gli sponsor e gli altri investitori hanno spinto il calcio sulla via della privatizzazione e della mercificazione, tentando di espropriare, in vari modi, gli appassionati, gli spettatori e i praticanti del gioco. Prima finanziato da mecenati, il calcio si è trasformato in campo d’investimenti quando è apparsa una crisi degli sbocchi per gli investimenti di capitali accumulati.

Il calcio, un fatto sociale

Essendo il calcio un fatto sociale inserito nel mondo che lo circonda e lo influenza, è in questo quadro che possono essere comprese la corruzione, l’imbroglio e i vari scandali che hanno una loro “razionalità economica”. Una razionalità molto lontana dalle ragioni che spingono centinaia di milioni di persone ad appassionarsi a questo gioco. Sia chiaro, il calcio è inserito nella società capitalista e si vede male come possa scappare alle regole che prevalgono in questo mondo.1 È certamente sempre stato così; la corruzione, la falsificazione e la prevalenza degli interessi politici ed economici non sono un’esclusiva di questi ultimi decenni. Questi processi sono andati tuttavia largamente rafforzandosi sotto l’effetto dei meccanismi di mercato applicati al calcio.

Cambiare le regole

Nel mondo del calcio, una moltitudine di investitori provenienti da settori e da attività economiche differenti, si incrociano a bordo campo: le multinazionali di abbigliamento ed equipaggiamenti sportivi (dove la concentrazione è ugualmente all’opera, con Adidas che ha comperato la sua concorrente Reebok per più di tre miliardi di euro la scorsa estate), le grandi società di comunicazione e particolarmente le reti internazionali di televisione, gli sponsor. La sfera di mercato attorno alla “attività calcio” si è considerevolmente allargata allo stesso ritmo con cui l’avanzata, al contempo ideologica e pratica, dei padroni si è sviluppata su tutti i terreni. Queste modifiche sono intervenute in modo radicale in certi paesi, più lentamente in altri.
La privatizzazione dei canali televisivi ha in particolare permesso di far decollare, all’inizio degli anni ’80, il processo di mercificazione dei diritti televisivi di trasmissione delle partite. Poi, la moltiplicazione dei canali, con in particolare l’apparizione delle reti satellitari, ha ridotto le possibilità di offrire il prodotto televisivo calcio a potenziali telespettatori. I club e le federazioni nazionali (e internazionali) hanno da quel momento negoziato aumenti ininterrotti della cessione dei diritti televisivi sulle partite che organizzano. La parte delle entrate provenienti dalle televisioni ha evidentemente accresciuto il fossato tra club ricchi e poveri e quello tra federazioni nazionali.
Questa crescita ha come conseguenza la legittimazione dell’ineguaglianza delle entrate ricavate da questi diritti. I club più ricchi trattano in effetti una parte, in media europea, circa dieci volte superiore a quella dei “piccoli” club che partecipano peraltro alla stessa competizione (i campionati nazionali). Le tendenze ai monopoli sono così rafforzate dalle redistribuzioni stesse delle ricchezze prodotte dai salariati del calcio. La “concorrenza libera e non falsata”, cara ai liberali, esattamente come “l’equità sportiva” cara ai dirigenti delle organizzazioni sportive hanno i loro limiti…

Il G-14, i veri padroni del calcio

Malgrado l’innalzamento del prezzo dei biglietti di questi ultimi anni, la parte dei guadagni derivanti dal pubblico che frequenta gli stadi non ha cessato di diminuire rispetto a quelle provenienti dai diritti televisivi. Questi ultimi sono venduti, in regola generale, dalle federazioni nazionali ed internazionali. È d’altronde per questa ragione che l’UEFA, che organizza tutte le competizioni su scala europea (squadre nazionali e club), è stata messa fortemente sotto pressione dai più grandi club europei all’inizio, poi alla metà degli anni ’90. Questi, costituitisi in un gruppo di pressione chiamato più tardi G-142, l’hanno incaricata di modificare le competizioni europee riservate ai club sotto la minaccia di boicottaggio da parte delle squadre più prestigiose (dunque più redditizie in termini di diritti televisivi). Questi club hanno minacciato di organizzare una propria competizione sul modello delle leghe professionistiche nordamericane di basket o di football (niente retrocessione, né promozione, competizione formata senza precedente selezione, se non quella legata al budget e al finanziamento).
Ritenevano che l’UEFA versava loro importi insufficienti in rapporto alle loro “prestazioni” – la partecipazione alle competizioni organizzate da questa istanza – e ai diritti televisivi incassati dagli organizzatori. Questi club, coscienti che la loro presenza è un prodotto di richiamo per l’audience, ed è dunque indispensabile al successo commerciale della competizione stessa, hanno preteso una nuova “ripartizione” finanziaria delle entrate derivanti dai diritti televisivi.
L’UEFA ha evidentemente ceduto. Da allora la competizione si è trasformata in “Champions League” e il sistema delle qualificazioni assicura, salvo sorprese, un certo numero di partite ai club di paesi (leggasi “mercati”) portatori, che garantiscono entrate finanziarie sostanziose e pianificabili. Queste partite sono ora ritrasmesse quasi unicamente da canali privati; il telespettatore non è più dunque un fruitore (o un amante) del calcio, ma un cliente del canale. La privatizzazione del calcio passa anche da qui.3

Un mercato del lavoro mondializzato

Altre riforme sono apparse in questo processo. Per cominciare, l’entrata dei club (prima britannici, poi italiani, i club francesi seguiranno) in borsa.4 Poi, la liberalizzazione europea dei “mercati del lavoro calcistici” attraverso la sentenza Bosman5, presentata ideologicamente come una vittoria dei salariati, ma che ha avuto conseguenze dirette nefaste: da una parte, ha permesso ai club più ricchi di accrescere la loro influenza sui giocatori più adatti a portare entrate finanziarie attraverso diverse vie (diritti televisivi, risultati sportivi, sponsor, pubblicità, marketing, ecc.); dall’altra parte ha contribuito a creare un mercato del lavoro calcistico “europeizzato” (vedi mondializzato) nel quale la stragrande maggioranza dei salariati, privati di ogni protezione, devono vendere la loro forza lavoro a prezzi (salari) tendenzialmente spinti verso il basso. La creazione di questo mercato internazionalizzato del lavoro calcistico e il supersfruttamento di giovani, in particolare provenienti da paesi detti del Terzo Mondo (America del Sud e Africa in primo luogo) assicurano una manodopera particolarmente flessibile ai club piccoli e medi. Si crea così una piramide la cui base è sempre più larga e sulla quale si costruisce l’élite – ultraminoritaria – dei ricchissimi giocatori di calcio.

Produttività del salariato-calciatore

Per i grandi club, il loro “capitale” (costituito in gran parte dai giocatori e dal loro valore di mercato) non saprebbe essere reso redditizio da altri utilizzatori senza indennità. Oggi, ogni club ha l’obbligo di liberare uno dei suoi impiegati chiamati a disputare una competizione con la sua nazionale. Secondo le regole FIFA, questo prestito viene fatto senza contropartita finanziaria. Ormai però, il datore di lavoro vuole essere pagato e non accetta più i rischi di abbassamento della produttività che implica la partecipazione di uno dei suoi salariati a queste competizioni (rischi d’infortunio, fatica, ecc.).
In questo senso il piccolo club di Charleroi, in Belgio, ha aperto una procedura che è appena stata rinviata davanti alla Corte europea di giustizia all’inizio del mese di maggio 2006. Il club belga è pilotato dal G-14. Dietro Charleroi, ci sono in effetti i club più ricchi d’Europa che appoggiano la procedura. Se quest’ultima andrà in porto, ci sono forti rischi che alcune squadre nazionali non abbiano i mezzi per selezionare i loro migliori giocatori che saranno costretti a “prendere in affitto” dai club. Le competizioni internazionali ne saranno profondamente modificate. La FIFA, che è il bersaglio dei club in questa procedura, cerca, dal canto suo, di conservare il suo enorme potere rifiutando di piegarsi a queste esigenze, esattamente come l’UEFA per quanto riguarda le competizioni europee.
Ciò non significa evidentemente che queste due organizzazioni rappresentino la difesa del calcio come bene pubblico contro la mercificazione. UEFA e la FIFA cercano semplicemente di conservare nelle loro mani – e in quella dei loro amici – le enormi potenzialità finanziarie che costituiscono le competizioni che organizzano.

Alcune resistenze

Di fronte a questi processi, esistono alcune forme di resistenza. Si trovano nei gruppi di tifosi orientati alla difesa del calcio considerato come un “bene comune”, nel senso che il gioco stesso, e le squadre, non dovrebbero essere abbandonati agli investitori e alle loro esigenze di redditività.
Le rivendicazioni di questi gruppi concernono in particolare la lotta contro la fissazione degli orari delle partite da parte delle reti televisive; la lotta dei tifosi e la sorveglianza generalizzata da parte della polizia; la lotta contro la repressione che si abbatte sui tifosi con la generalizzazione del termine “hooligan” che permette di creare confusione e di procedere ad arresti arbitrari; la lotta contro gli investitori interessati alla redditività economica della squadra a scapito dello sviluppo dei club e della loro durata nel tempo.6
Se queste resistenze oggi sono ancora marginali tra gli spettatori, non di meno celano un possibile potenziale che permetta di far rispettare il gioco del calcio stesso, certamente molto di più di quanto non lo “rispettino” i dirigenti dei club e delle federazioni, nazionali e internazionali.
L’esempio è quello di alcuni settori della tifoseria della Juventus, che chiedono la retrocessione della loro squadra per punire la truffa generalizzata e la corruzione organizzata dai loro stessi dirigenti.
Infine, il gioco stesso non potrebbe essere ridotto a quello che ne vogliono fare gli investitori e i mercanti da una parte, e alle funzioni che vogliono attribuirgli senza sosta i dirigenti politici – di destra o di sinistra – alle squadre di club o a quelle nazionali dall’altra – competitività delle nazioni, gerarchizzazione e livello di ciascuno nella competizione mondiale tra le nazioni.
In fondo, ciò che qualifica il gioco stesso è certamente meglio formulato dall’ex-allenatore del Liverpool, Bill Shankly: “Il socialismo in cui credo, è quello in cui ognuno lavora per l’altro, ciascuno dando la sua parte per l’opera collettiva. È così che io concepisco il calcio ed è così che concepisco la vita”.

1 Lo scandalo della combinazione sistematica delle partite in Italia e della corruzione generalizzata indica il tipo di ambiente sociale al quale appartengono i dirigenti-falsificatori. Il presidente – dimissionario – della Federazione italiana di calcio, ex-sindaco di Roma e ministro dello sport Franco Carraro è anche il presidente della banca Mediocredito Centrale, la stessa presieduta da Cesare Geronzi, la cui figlia è membro della direzione di GEA, l’agenzia di più di 200 giocatori e allenatori italiani. Questa agenzia è anche diretta dal figlio di Luciano Moggi (direttore generale della Juventus, da cui è partito lo scandalo) e conta ancora alla sua direzione, la figlia di Callisto Tanzi (ex-dirigente della Parmalat). Siamo lontani dalla sociologia del proletariato italiano che la domenica assiste alle partite…
2 In origine costituito da 14 club tra i più ricchi d’Europa, il G-14 raggruppa oggi 18 club dei più grandi campionati europei. L’adesione a questo club chiuso e selezionato si fa per cooptazione.
3 Un esempio che parla per il pubblico svizzero. Una decina d’anni fa, la finale della Coppa d’Inghilterra era diffusa dai canali “pubblici” elvetici ed era divenuta un appuntamento apprezzato dagli amanti del gioco. Adesso, i diritti di diffusione sono diventati così elevati, che solo i canali privati – e a pagamento – possono diffondere questo appuntamento.
4 Questa pratica non è (ancora) legalizzata in tutti i paesi. Va segnalato anche che il Manchester United, uno dei primi in Europa ad essere quotato in borsa, è stato acquistato nell’estate del 2005 dal multimiliardario americano Malcom Glazer. Tutte le azioni sono state comperate da questo investitore. Questo acquisto è stato vivamente combattuto dalle organizzazioni di tifosi del club, che, ad armi fortemente e forzatamente impari, non hanno potuto impedirlo. Mr. Glazer è uno specialista di investimenti sportivi negli Stati Uniti e detiene in particolare diverse “franchigie” (club sotto licenza) nello sport statunitense (basket e football americano particolarmente).
5 Dal nome del calciatore belga Jean-Marc Bosman, reso celebre dalla lunga procedura che ha intentato contro il suo datore di lavoro per far riconoscere nel diritto del calcio, le regole della “libera circolazione” dei lavoratori che si applicano nell’Unione Europea.
6 Ciò che non esclude le politiche convergenti portate talvolta da certi gruppi di tifosi e i dirigenti di club.

Cambiare pubblico

Nel mese di agosto del 2006 l’Arsenal, squadra di calcio storica di un quartiere operaio a nord di Londra, cambierà stadio: lo stadio di Highbury fa posto all’Emirates Stadium. La compagnia che porta lo stesso nome ha pagato 150 milioni di euro in dieci anni per dare il suo nome allo stadio.
La conseguenza diretta per i salariati tifosi della squadra è chiara: i prezzi dei biglietti aumenteranno a tal punto che le partite in casa della squadra saranno inaccessibili alla maggioranza della popolazione operaia di Londra.
Questo processo si verifica ovunque: gli stadi tendono a svuotarsi del loro pubblico di base, il pubblico operaio (per dirla in modo sintetico), e a fare posto a spettacoli con partecipazione di “tono più elevato”, vale a dire gli sponsor, i loro invitati, i pubblicitari, gli amici e i clienti delle imprese che finanziano un avvenimento sportivo. Tutto questo trasforma il calcio in un evento elitario. La ripartizione del biglietti per l’ultima finale della Coppa del campioni è sintomatica da questa tendenza : su 90.000 posti circa, 42.000 biglietti erano riservati per il pubblico delle due squadre. Il resto, vale a dire più della metà dei posti disponibili, erano invece riservati dall’UEFA agli sponsor della competizione (o a quelli dei due club impegnati). Questi sponsor e pubblicitari distribuiscono questi biglietti come vogliono (attraverso concorsi che rafforzano la loro visibilità, e la sottomissione del pubblico ai loro messaggi, su invito, ecc). E’ probabilmente per questa ragione che erano disponibili anche biglietti sul mercato nero (per coloro che hanno le possibilità finanziarie) e 4000 euro circa. Questa ripartizione totalmente iniqua non impedisce ai dirigenti di dichiarare, ipocritamente, che lottano alacremente contro il mercato nero…
Il cambiamento sociologico del pubblico - a scapito delle classi popolari - e la repressione poliziesca estremamente sofisticata dei tifosi (politica realizzata dalla Thatcher) permette alla Gran Bretagna di avere stadi tranquilli.

Solidarietà - Anno 7 - N° 11 - 1° giugno 2006
 

 
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