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Ritorno su Oaxaca
Un’esperienza di lotta radicale

di Tazio Pessi

Il Messico ha una lunga storia di rivoluzioni. Alcune riuscite, altre, purtroppo, fallite. Valerio Evangelisti nei suoi recenti romanzi “Il collare di fuoco” e “Il collare spezzato” ben descrive questo intenso fermento rivoluzionario che parte con la prima rivoluzione del ventesimo secolo, quella di Emiliano Zapata e di Pancho Villa (1910-17) a cui fa seguito la presidenza di Lazaro Cardenas (1934-40) con i suoi programmi di collettivizzazione e di nazionalizzazione delle imprese transnazionali. Negli anni sessanta-settanta sono le proteste studentesche (come scordare il pesante massacro di centinaia di persone in piazza Tlatelolco pochi giorni prima delle Olimpiadi di Città del Messico) e i movimenti guerriglieri (1970) a marcare la scena messicana. Seguirà poi la sollevazione zapatista del primo gennaio1994 che ridarà slancio e idee al movimento mondiale. “Il Messico è un paese di sogni e di sognatori, un paese dove è possibile vedere un rettore accanto ad una barricata, dove il giorno dei morti i bambini si scambiano teschi di marzapane come fossero figurine, dove gli speaker di una radio assediata da centinaia di poliziotti chiedono bottiglie vuote, benzina e «Coca-Cola» mentre mandano in onda le canzoni della Spagna rivoluzionaria.” (Umanità Nova del 12 novembre). L’anno 2006 segna un nuovo inizio. Dapprima il lancio dell’altra campagna zapatista, critica sulla farsa elettorale a destra come a sinistra, seguita poi dalla protesta dei floricoltori di Atenco che vengono violentemente repressi (morti, stupri e violenze sulle donne, deportazioni dal paese e parecchie persone tuttora incarcerate). A seguito dei brogli elettorali avviene la protesta di centinaia di migliaia di persone, sostenitrici di Lopez Obrador, che occupano e paralizzano per vari mesi il centro di Città del Messico, mentre nel nord del paese i minatori in sciopero della Sicartsa vengono violentemente brutalizzati con l’uccisione di due lavoratori. Da ultimo la “batalla de Oaxaca”.
Viene da lontano la necessità di lottare della popolazione di uno degli stati più poveri del Messico. Probabilmente come diceva il primo comunicato della Selva Lacandona del ’94, è figlia di 500 anni di resistenza. Una rabbia che già covava ma che si è accumulata almeno a partire dal mandato di Murat (predecessore dell’attuale governatore Ulises Ruiz), esasperata poi dai metodi autoritari del nuovo arrivato. “All’inizio - racconta Gustavo Estevaz (scrittore e studioso dei movimenti indigeni di Oaxaca) al settimanale Carta, il 22 maggio- durante il primo giorno di protesta dei maestri di Oaxaca i cittadini erano indifferenti o ostili allo sciopero. Era una protesta che durava da anni e che ogni anno si ripeteva per alcuni mesi. Quando però la polizia è intervenuta per disperdere il presidio, il 14 giugno, la protesta è cambiata in un giorno. Migliaia di persone si sono unite al corteo dei maestri e quando qualcuno ha iniziato a gridare “Fuera Ruiz” la rabbia che si era accumulata ha rotto gli argini”.
Oaxaca, terra dove nacquero i fratelli libertari Flores Magon, è infatti uno stato molto particolare. Nelle montagne adiacenti si dice agisca ancora uno dei due gruppi guerriglieri messicani, l’ERP. È uno stato composto da una vastità incredibile di comunità indigene che in questi anni hanno subito una repressione violentissima, che ha causato molti morti, per le loro lotte volte a creare delle forme di autogoverno e di autonomia. Oaxaca è infatti l’unico stato del Messico in cui gli indigeni sono la maggioranza e nel quale molto spesso i municipi sono stati trasformati in una forma di autogoverno delle comunità, contaminando le istituzioni dello stato nazionale. Un po’ come successo nelle comunità zapatiste che si sono sollevate, rompendo con lo sfruttamento governativo, per formare delle comunità autonome basate sulla democrazia partecipativa di base. Le lunghe lotte di resistenza, la capacità di aggirare lo stato ufficiale corrotto, l’esplosione della crisi sociale che si allarga a tutto il Messico, l’aumento della povertà causata dal governo Fox e la non volontà di divisione del potere e delle risorse delle elites politiche e sociali, sono probabilmente le radici della protesta del popolo di Oaxaca. E questa protesta si sta pian piano diffondendo nel resto del paese.
La APPO (Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca) nasce durante un’assemblea cittadina il giorno dopo la repressione dei maestri. È un’organizzazione flessibile e aperta nella quale confluiscono qualcosa come 340 organizzazioni diverse. Come spiega Miguel Linares Rivera, uno dei maestri, “negli ultimi sei mesi è cominciato un vero e proprio processo di insurrezione popolare, un’inedita costruzione di forme di autorganizzazione e di controllo politico della città, con l’occupazione permanente di edifici pubblici, la costruzione di centinaia di barricate (arrivarono ad essere più di 1600 prima dell’intervento dell’esercito) con comitati di autodifesa, la presa di decisioni tramite assemblee e l’autogestione di vari canali di comunicazione “recuperati” (televisioni, radio, giornali)”. Parallelamente si creano commissioni interne e gruppi di lavoro, ognuno con la sua specificità. Nasce quindi un movimento popolare enorme, nel quale si fondono le varie anime del tessuto sociale oaxaqueño. Dall’iniziale consegna che mira alla destituzione del presidente Ulises Ruiz si passa all’elaborazione di proposte concrete per una trasformazione radicale di Oaxaca (condensate ora nel pamphlet “Riflessioni al punto di partenza”).
L’indomani lo sgombero del presidio dei maestri viene riconquistato lo zocalo (piazza principale), mentre i cortei di protesta si fanno sempre più massicci. Da allora, fino all’intervento della polizia federale e alla battaglia di qualche giorno fa attorno all’università, la APPO ha progressivamente esautorato le istituzioni cittadine, legate a Ruiz, creando quella che è stata ben presto definita la “Comuna de Oaxaca”. Le continue minacce di intervento della polizia, le tensioni e le provocazioni, sfociano negli scontri del 27 ottobre durante i quali perde la vita il videoattivista della rete indymedia, Brad Will, ucciso, assieme ad altre tre persone, da colpi di pistola sparati da elementi della polizia e della sicurezza locale. Per vari giorni la città è in stato d’assedio. I manifestanti della APPO sono costretti, con l’arrivo della Policia Federal Preventiva (PFP) mandata dal presidente Fox per ristabilire l’ordine, a lasciare il centro città e molti dei posti occupati, rifugiandosi all’interno dell’università. Mantengono tuttavia il controllo di Radio Universidad che sarà testimone in maniera drammatica del tentativo di penetrazione della PFP all’interno dell’ateneo universitario. Per spegnere la protesta il governo se ne infischia bellamente delle leggi messicane che lo vietano.
L’organizzazione e la determinazione di migliaia e migliaia di cittadini e cittadine riesce però a respingere l’esercito, riportando una vittoria memorabile.
Nell’APPO interagiscono diverse anime (chi punta a riforme democratiche eliminando i brogli, chi a introdurre meccanismi di controllo civico sull’operato del governo e chi a una trasformazione più radicale) che, dopo aver chiesto per l’ennesima volta il dialogo con le autorità (è di questi giorni un congresso che definirà in che forma l’assemblea intende proseguire), dopo aver suggerito l’intervento del vescovo per garantire protezione e super visione tra le parti, stanno ora tentando di estendere a livello cittadino e statale i principi e i meccanismi dell’autogoverno locale allo scopo di restituire ai cittadini la capacità di autodeterminarsi la propria vita politica.
La “Comune di Oaxaca” suscita inoltre un vasto eco di simpatia e di solidarietà. Le proteste ai consolati, alle ambasciate messicane nel mondo si sono susseguite con costanza (il 2 dicembre è prevista una manifestazione nazionale per Oaxaca a Berna, vedi www.chiapas.ch), intellettuali noti a livello mondiale si sono espressi per il ritiro della PFP e per le dimissioni di Ruiz, mentre lunedì 20 novembre è stata indetta dall’EZLN una giornata di sciopero generale in Messico e di azioni in solidarietà con Oaxaca e Atenco nel mondo. “Alimentata da una complessa e intensa vita comunitaria e da una saggezza politica prodotto di decenni di lotte, la resistenza di Oaxaca ha dimostrato oggi di essere molto più abile dei governi federale e statale”. (Luis Hernandez Navarro, il manifesto). Un paese che, attraverso la dignità di donne e uomini, contadini, indigeni, operai, maestri, studenti, è riuscito a costruire una rete resistente di alternative possibili, riscrivendo una piccola-grande storia che da Oaxaca è arrivata in tutto il mondo.

Solidarietà – Anno 7 – N° 20 – 23 novembre 2006
 

 
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