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Per l’ambiente e un’organizzazione sociale collettiva

Cinquecento anni di lotte indigene

di Hugo Blanco*

In tutti i paesi dove esiste una popolazione indigena ("Indios"), essa si sta battendo vigorosamente per difendere la Terra madre ("Tierra Madre") contro gli attacchi ambientali perpetrati dalle aziende petrolifere, minerarie, del legno etc. L'industria agroalimentare è analogamente una nemica della terra e delle popolazioni, poiché distrugge la terra attraverso la monocoltura e l'utilizzo di prodotti agrochimici, sfruttando intanto i lavoratori. Inoltre, produce in generale in funzione dell'esportazione. Questa industria sviluppa delle colture utili alla produzione di biocarburante con lo scopo di "approvvigionare" le automobili. La costruzione di dighe, istallazioni idroelettriche, aeroporti, strade, etc. per servire i bisogni delle imprese colpisce in egual misura l'ambiente e le popolazioni.
Nel giugno 2009, il massacro di circa 200 - la cifra ufficiale è di 10 - Indigeni dell'Amazzonia peruviana a Bagua, i cui cadaveri sono stati bruciati dalle forze di repressione, ha suscitato l'indignazione a livello internazionale.
I contadini indigeni (attorno ai 70'000 per una zona di 60'000 ettari) sono riusciti a ottenere delle vittorie, come quella di Tambogrande (nel dipartimento della Piura nel nord del paese). Qui sono riusciti a impedire a Manhattan Minerals Corporation, un'azienda mineraria canadese, di sfruttare i giacimenti d'oro che si trovano nel sottosuolo di una zona abitata. Attraverso la loro lotta e un referendum hanno ottenuto che l'impresa mineraria lasci la regione e le terre che coltivavano.
In Cile, il governo "socialista" di Michelle Bachelet ha utilizzato delle leggi approvate sotto Pinochet (tra le altre cose la legislazione antiterrorismo del 1984) per reprimere i Mapuches (che rappresentano circa il 10% della popolazione) che difendono la Terra madre.
In Argentina, gli abitanti di Andalgala (la terza città più importante della provincia di Catamarca) e di altre agglomerazioni si battono coraggiosamente per difendere l'ambiente contro le imprese minerarie che inquinano le acque.
Le informazioni che giungono dal Guatemala parlano di centinaia di migliaia di indigeni che combattono la legge sullo sfruttamento minerario.
Negli Stati Uniti, gli indigeni si oppongono allo sfruttamento minerario dell'uranio che minaccia la "grande antenata" (il Canyon del Colorado).
Nella Colombia-Britannica, in Canada, gli autoctoni ha dovuto lottare contro l'invasione del loro territorio da parte delle costruzioni in vista delle Olimpiadi invernali.
Non è soltanto l'ambiente a subire le aggressioni del grande capitale. Sapendo che l'arma di difesa degli indigeni è la loro organizzazione collettiva, anche quest'ultima è un obiettivo degli attacchi. Una legislazione contro le comunità indigene è stata approntata simultaneamente in Messico e in Perù. I decreti anti-indigeni del presidente peruviano Alan Garcia attaccano sia l'ambiente che la comunità indigena.
La resistenza mira dunque anche a rafforzare la costruzione del potere collettivo indigeno. L'esempio più avanzato della lotta indigena per la costruzione di un potere autonomo è la zona libera del Chiapas, in Messico. In questa regione è la collettività a governare, ad eleggere le proprie autorità al di fuori dei candidati presentati dal governo. I membri dei corpi collettivi eletti non percepiscono un salario per questa funzione e possono essere destituiti in qualsiasi momento. L'esercito zapatista di liberazione nazionale (EZLN) protegge la popolazione di questa zona dagli attacchi governativi e i suoi membri hanno diritto di partecipare agli organi di governo. In Chiapas una vera democrazia è all'opera. Sfortunatamente questo termine, democrazia, è stato prostituito a un punto tale che faccio fatica ad usarlo. In effetti, fin dalla sua origine esso designava la dittatura dei maschi greci contro le donne e gli schiavi, e i governi del grande capitale se ne servono oggi contro la maggioranza della popolazione.
Il Chiapas è l'esempio più avanzato ma non il solo. Come osserva Raul Zibechi descrivendo la situazione a Cauca, in Colombia: "Si tratta di 14 territori della comunità indigena che si estendono su circa 191'000 ettari… e dove vivono 110'000 persone (…). In totale, ci sono 25'000 famiglie distribuiti su 304 veredas (divisione territoriale rurale di un comune) o comunità rurali. (…). In questi territori, ci sono 18 cabildos, che sono le autorità politiche indigene, coabitanti coi poteri comunali dello Stato colombiano. I cabildos sono amministrati da dirigenti nominati dalle grandi assemblee e sono appoggiati da alguaciles o sceriffi eletti in ogni veredas. Il cabildo è un potere territoriale che deve coabitare con altri poteri - essenzialmente militari o della guerriglia - che tendono a diminuire la sua influenza.
In Ecuador, sono invece le manifestazioni indigene, sotto molte forme, che fanno piegare la volontà ostruzionista della destra, che tenta di impedire attraverso il parlamento la realizzazione di un'Assemblea costituente. Gli indigeni hanno sostenuto inizialmente il governo Correa. Ma ora vi si oppongono per difendere i loro territori contro i danni provocati dall'estrazione petrolifera. Affermano anche che la legge sull'acqua viola i loro diritti. E anche in materia di educazione si oppongono al governo di Correa, esigendo di poter nominare loro stessi gli insegnanti sul loro territorio. Impedendo così l'entrata degli agenti governativi che vorrebbero dividerli. E argomentano, a giusto titolo, che non fanno che applicare la nuova Costituzione ecuadoriana, che riconosce l'Ecuador come Stato plurinazionale. Tutto ciò rinforza la costruzione di un potere democratico autonomo.
Il "Secondo incontro nazionale per la rifondazione dell'Honduras" si è svolto in Honduras dal 12 al 14 marzo 2010 con la partecipazione di più di 1000 delegati. Il principale tema dell'incontro, dal punto di vista organizzativo, è stato il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell'Honduras (COPINH). In questa occasione, sono stati gli indigeni a sfamare i partecipanti all'incontro. "Non portano il loro surplus, portano ciò che hanno" ha spiegato la dirigente del COPINH Berta Caceres, vedendo arrivare degli uomini e delle donne delle comunità con dei sacchi di mais, di fagioli, di caffè e di frutti per la cucina collettiva. A nome dell'organizzazione indigena, Berta Caceres ha insistito sul fatto che, poiché in Honduras non esiste un governo legittimo, il popolo deve eleggere, dalla base, le proprie autorità.
In Perù, il massacro del 5 giugno a Bagua ha rinforzato il potere indigeno di diverse popolazioni amazzoniche, che si sono organizzate per controllare coloro che entrano ed escono dai loro territori. Allo stesso tempo, dei commissariati sono senza poliziotti, che hanno paura di tornare dopo quanto successo.
Nelle montagne, delle "pattuglie contadine" sono stata organizzate per permettere un'autodifesa contro i ladri di bestiame e per applicare una giustizia interna. Queste pattuglie, che sono state create a causa della corruzione dei giudici e dei poliziotti, in un primo tempo sono state perseguite dal sistema, ma davanti alla loro moltiplicazione, il sistema ha dovuto riconoscerle sul piano legale e concedere loro il diritto di agire sul piano giudiziario a un livello inferiore.
Ovunque vi siano delle popolazioni indigene, esse dispongono di un'organizzazione collettiva, più o meno democratica e più o meno potente, di fronte alle autorità del sistema.

Il compito dei rivoluzionari

La lotta contro il capitalismo in quanto sistema ingiusto è più che centenaria. I rivoluzionari della mia era pensavano che se noi non fossimo riusciti a rovesciare il sistema, sarebbe state le generazioni future a farlo.
Oggi, ci rendiamo conto che questo è falso. Se le generazioni attuali non riusciranno a rovesciare il capitalismo, quest'ultimo sterminerà la specie umana con le sue aggressioni contro la natura. In verità, il capitalismo ha già cominciato questo processo di sterminio, essenzialmente attraverso il riscaldamento climatico globale prodotto dai gas a effetto serra. Nella mia regione, a Cuzco (nel nord del Perù) ci sono già state decine di morti in seguito allo scivolamento del terreno provocato dal riscaldamento. Un'isola nella baia del Bengala è scomparsa sott'acqua. L'uragano Katrina (agosto 2005) ha ucciso molte persone negli Stati Uniti. In Africa, le persone devono camminare per chilometri e chilometri per trovare l'acqua. Come abbiamo detto precedentemente, il riscaldamento climatico non è che uno degli attacchi del capitalismo contro la natura e dunque contro la sopravvivenza della specie umana.
Esistono una serie di "ricette" per agire con il riscaldamento , come ad esempio l'uso di lampade fluorescenti! Ma anche se tutti ci impegnassimo, questo non fermerebbe il riscaldamento globale, perché quest'ultimo, come tutte le altre forme di degrado dell'ambiente, è inerente al sistema capitalista, il cui comandamento ordina alle multinazionali di guadagnare il massimo di soldi nel tempo più breve possibile.
Esistono certo delle leggi per la protezione dell'ambiente, ma un'altra regola del sistema è che qualsiasi legge può essere aggirata con il denaro.
Se un capitalista rinunciasse a impiantare un'industria inquinante per delle ragioni morali, questo non risolverebbe il problema, perché un altro capitalista non tarderebbe a prendere il posto del primo, trascinato dal vortice del mercato.
Il solo rimedio possibile per frenare il riscaldamento globale e ogni degradazione della natura è di rompere con il capitalismo. Le 100'000 persone che a Copenhagen scandivano "Cambiate il sistema, non il clima" avevano ragione.
Lancio un appello a coloro che lottano per una società più giusta, che essi si chiamino marxisti, libertari o qualcos'altro, perché facciano fronte a questa nuova realtà. Dobbiamo compiere una svolta nella denuncia del capitalismo, per concentrare ormai questa denuncia sul fatto che gli attacchi contro la natura stanno sterminando la nostra specie, il che è ben più grave che lo sfruttamento della classe operaia o del saccheggio delle nostre ricchezze.
Lancio un appello anche affinché ci rendiamo contro di quel che sta accadendo. Le popolazioni indigene, designate come le meno civilizzate, sono quelle che si trovano in prima linea per la difesa della natura e dunque della sopravvivenza della specie. Oggi queste popolazioni, ancora schiacciate dal capitalismo, stanno costruendo il tipo di organizzazione sociale per la quale noi ci battiamo. Per prendere in prestito le parole del Subcomandante Marcos: "La questione non è di prendere il potere, ma di costruirlo".
Se capiremo questo, capiremo che il compito fondamentale dei rivoluzionari anticapitalisti deve essere la solidarietà con le lotte indigene nella difesa della natura e nella costruzione di una nuova società.

* Hugo Blanco è una figura storica del movimento contadino peruviano ed è anche dirigente de la Confederazione contadina del Perù. È nato nel 1934. Ha compiuto degli studi di agronomia in Argentina. Poi è ritornato in Perù, dove ha svolto un lavoro d'organizzazione dei contadini. È stato condannato all'inizio degli anni '60 a 25 anni di prigione per aver partecipato al movimento insurrezionale contadino ed è stato imprigionato sull'isola di El Fronton. Una campagna internazionale raggiungerà alla fine l'obiettivo della sua liberazione. Nel 1972 ha scritto "Tierra o muerte: la luchas campesinas en Peru". In seguito, non ha mai smesso di militare nei ranghi delle organizzazioni marxiste rivoluzionarie, ma concentra sempre la sua attività, quando non è costretto all'esilio dai governi peruviani in carica, nel movimento contadino andino. Il presente articolo è apparso nella sua versione francese sul sito www.alencontre.org. La traduzione italiana è stata curata dalla redazione di Solidarietà.

Solidarietà - Anno 11 - N° 8 - 22 aprile 2010
 

 
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