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l cinema yakuza giapponese: da Kurosawa a Kitano
di Marco Galli*
Dopo le rassegne dedicate al noir americano e al polar francese, il Cineclub del Mendrisiotto e l’Associazione cultura popolare di Balerna sono lieti di proporre una rassegna di film che indagano la realtà della Yakuza, la mafia giapponese, nota per i tatuaggi variopinti, i riti truculenti, ma soprattutto per la compenetrazione nel mondo finanziario e politico. Le pellicole scelte partono dal grande vecchio Kurosawa (qui con un noir umanista degli esordi) per arrivare al geniale Kitano, autore di referenza del cinema giapponese degli ultimi decenni. Nel mezzo, la scoperta di due registi precursori e cult: il visionario e pop Suzuki e l’iperrealista e violento Fukasaku, entrambi citati come fonte di ispirazione da alcuni dei più interessanti registi di oggi come Tarantino, Jarmush, Kar-Way. Alla rassegna interverranno anche il noto sociologo e critico cinematografico Goffredo Fofi e lo scrittore d’azione Stefano Di Marino, autore della saga del Professionista. Insomma, un’occasione unica per godersi dei film preziosi e curiosi nell’atmosfera rilassata e raccolta della sala ACP (Red)
Il cinema yakuza ha come protagonisti i gangster e il suo corrispettivo femminile (ballerine e prostitute), che riprendono attualizzandoli i ruoli tradizionali del samurai (o meglio del ronin, il samurai senza padrone) e della geisha. Si tratta perlopiù di un mondo maschile fortemente gerarchizzato, dove la donna è completamente sottomessa, ma anche dove vige il dominio dell’uomo sull’uomo. Attraverso un rigido corpus di riti, impera la devozione assoluta al proprio clan e al capo, l’oyabun, la cui difesa avviene anche a scapito della propria vita. La formula dei film yakuza è facilmente ricostruibile: un gangster, diviso tra giri e ninjo (l’interesse individuale e il dovere verso il clan), cerca di salvare la tradizione di fronte ai rivali “traviati” dall’individualismo, il materialismo e i valori occidentali. Costretto ad abbandonare la donna amata, l’eroe cerca dapprima una soluzione non violenta, ma poi non gli rimane che risolvere tutto in un bagno di sangue.
Dopo le rassegne dedicate al noir americano e al polar francese, vi invitiamo a conoscere una delle filmografie più originali, misconosciute e cult della storia del cinema: il film gangster giapponese (o yakuza eiga). Nato negli Anni 40, soprattutto come film di cassetta e come erede moderno dei film di samurai, il film yakuza ha avuto il suo culmine a cavallo degli Anni 60, epoca d’oro del cinema commerciale giapponese e delle case di produzione basate sul modello americano delle mayors (in particolare la Toei e la Nikkatsu). All’interno di una cinematografia sconfinata e di livello perlopiù scadente, si segnalano alcuni autori che, in modo diverso e a volte antitetico, saranno venerati dai cinefili più incalliti e diventeranno dei modelli per registi “décalés” come Tarantino, Jarmush, Woo, Kar-Way, ecc. Se per Kurosawa possiamo parlare di un episodio folgorante quanto poco conosciuto di una carriera che ha avuto le sue vette nei film storici in costume e nella trascrizione filmica di opere letterarie, ben diverso è il discorso per un regista come Suzuki che pur all’interno del filone commerciale ribalterà il genere verso una poetica visionaria, sperimentale e irridente (a tal punto da farsi licenziare!). Fukasaku rimarrà anch’egli nelle coordinate del genere ma levigandolo come acciaio attraverso una regia iperrealista, nervosa e obliqua. Se Suzuki può rimandare per lirismo ai Beatles, Fukasaku è sicuramente molto rollingstoniano! Per Kitano invece il discorso è nuovamente diverso. Se si citano spesso fonti occidentali o il teatro kabuki (comunque ben presenti anche negli altri autori), vale la pena ricordare (e la rassegna nasce proprio da questa urgenza) come sia Suzuki che Fukasaku abbiano avuto una forte influenza sul cinema di Kitano. In Kitano l’operazione viene però portata ad una consapevolezza, poesia e libertà autoriali tali da rendere la rappresentazione della yakuza metafora della società giapponese e della condizione umana in generale.
Ad unire i nostri registi è forse allora la volontà di affermare la propria libertà autoriale al di là delle costrizioni commerciali e dell’estetica del genere. Grazie ad una poetica anticipatrice e anticonformista, il ricorso al mondo della yakuza diventa un veicolo diretto per indagare il confronto con i temi forti della morte, della coesistenza tra passato e modernità, tra oriente e occidente. Ed è così che i gangster, rappresentati nella loro violenza oltranzista e nella prefigurazione di un’esistenza votata al fallimento, diventano umani loro malgrado e paradigma di un mondo segnato da forti e irrisolte contraddizioni.
* Cineclub del Mendrisiotto - Associazione Cultura Popolare
Cos’è la Yakuza?
La Yakuza è un insieme di organizzazioni criminali, finanziarie e politiche che trae le sue origini dal XVI secolo, ai tempi delle caste feodali. Con l’intento di contrastare le scorribande dei ronin (samurai senza padrone), nel 1612 nascono le bande machi-yakko, che da difensori del popolo ne diventano ben presto gli oppressori. Si distinguono i Tekiya e i Bakuto. I primi sono dei discendenti dei venditori ambulanti, mentre i secondi si dedicano originariamente al gioco d’azzardo. Proprio ad un gioco praticato ai tempi dei Bakuto, l’hanafuga, e più precisamente alla combinazione perdente di tre carte 8-9-3: ya-ku-za (per estensione: “gli uomini senza valore”), si deve il nome che oggi viene usato per identificare la mafia giapponese. Inoltre a questa banda risale la tradizione del dito mozzato, come gesto riparatore, e dei tatuaggi su tutto il corpo, segno di appartenenza alla ikka o gumi, la famiglia mafiosa. Nella seconda metà dell’ottocento cominciano a godere di forti protezioni, vantando solidi legami con l’apparato economico e politico, segnatamente con gli ambienti della destra nazionalista, che ricorre ai suoi servizi per sedare scioperi e manifestazioni sindacali e studentesche. Nel dopoguerra, grazie anche all’accondiscendenza degli occupanti americani, che ne vedono un partner in chiave anti-comunista, la yakuza prospera e invade tutte le sfere della vita civile sino a raggiungere l’apogeo negli Anni 60, in coincidenza col boom economico giapponese. Oltre ai normali settori della prostituzione, racket delle estorsioni e gioco d’azzardo, la yakuza ha saputo adattarsi ai cambiamenti che hanno contraddistinto il paese arrivando a controllare e influenzare il mondo dell’edilizia, dell’alta finanza e della politica. Attualmente si contano circa 90’000 affiliati ripartiti in 2’500 clan (mentre erano 180’000 all’inizio degli Anni 60). Ancora oggi la yakuza è organizzata in gruppi compatti nei quali i rapporti sono regolati dal ninkyodo, insieme di norme morali e comportamentali modellate sul bushido, l’antico codice etico dei samurai.
Solidarietà – Anno 7 – N° 17 – 12 ottobre 2006
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