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Le donne delle Officine contestano una certa visione

Le donne delle Officine proprio non l’hanno apprezzato il ritratto che di loro, e del loro ruolo durante lo sciopero delle Officine, ha fatto il giornalista Hanspeter Gschwend nel suo recente libro “SCIOPERO a Bellinzona il Cantone si rivolta".
Hanno così deciso di prendere carta e penna e di ricordare al giornalista quale è stato il loro ruolo prima, durante e dopo lo sciopero.
Un ruolo, quello delle donne delle Officine, che fatica ad imporsi. Basti ricordare che, per stessa ammissione del realizzatore, il pur apprezzabile film di Danilo Catti (Giù le mani dalle Officine) ne ha offerto un’immagine limitata e, in parte, anche un po’ distorta.
Le donne delle Officine ci hanno trasmesso le loro lettere di protesta all’indirizzo dell’autore del libro. Le pubblichiamo senza commento: parlano da sole! (Red)


Celestina

“Mi permetto di scrivere queste due righe perché mi faccio delle domande su di lei !
Come fa a scrivere sul suo libro cose che non sono vere sulle donne e mogli degli operai?
Noi abbiamo sempre lottato e lotteremo sempre con fiducia accanto a loro!
Ci son cose che prima di scriverle bisognerebbe esserne certi!
Cosa sa lei di noi; di quanto abbiamo sofferto e di quanto stavamo male al solo pensiero che sarebbero stati tutti licenziati?
Noi lotteremo fino alla fine e nessuno ci fermerà mai, neanche lei!Quello che lei ha fatto è stato un atto di gratuita diffamazione; non si può scrivere un libro senza rispettare la realtà dei fatti!”

Augusta

“Sono la moglie di un operaio delle officine di Bellinzona ma anche mamma di due bimbe, ed essendo anche donna, ho visto lo sciopero con tre occhi diversi ( per riprendere l' espressione di Hanspeter Gschwend. Ha guardato lo sciopero con due occhi? A me è sembrato che li avesse ben coperti tutti e due! Non ha visto il lavoro, la grinta, la forza di noi donne e non eravamo poche!
Ho vissuto il mese di sciopero con sentimenti contrastanti, certo! L' incertezza per il futuro, la paura ma soprattutto la rabbia ma mai ho avuto il dubbio neanche per un solo istante che lo sciopero sia stato un errore. MAI! Non mi sono nascosta, non ho pianto e mi sono invece messa in gioco; ho lavorato parlato e scritto. Un mese di pittureria dove, se anche lei (H.G.) fosse venuto veramente mi avrebbe vista"( mah! ) comunque, due parole con me non le ha mai scambiate!
Ha poi citato la manifestazione di Berna come la sola nella quale una donna, in via del tutto eccezionale abbia preso la parola: si vede che quella è stata l'unica e la sola alla quale lei abbia partecipato, in quanto, io ho preso la parola a tutte le manifestazioni pur non essendo né una politica né una sindacalista. ( sempre per citare le sue affermazioni! ) Sono forse invisibile? Quello che dico non ha valore?
Come moglie: io e mio marito abbiamo sempre condiviso tutto; lo sciopero è stata una lotta che abbiamo portato avanti assieme: due menti per un' unica causa e di sicuro non l' ho mai tormentato con un' idea diversa dello sciopero.
Come mamma: ho cercato di non coinvolgere troppo le ragazze anche se loro erano ben consce della situazione.
Come donna: ho cercato di portare coraggio, sostegno e sorrisi; il saper ascoltare ma anche il lavoro concreto, come aiutare in pittureria, la gestione del gazebo, le manifestazioni ed infine con il teatro; un mese intenso dove si dà ma si riceve anche tanto da gente che non conosci e che dà senza chiedere nulla in cambio!
Un grazie a tutti loro! Resistere, resistere, resistere!”

Giuliana

“E' difficile scrivere una lettera indirizzata a qualcuno che non si conosce e ancor più difficile è farlo quando si vuol far sapere a questa persona che non si è per nulla d'accordo con lei su diversi punti toccati da quest' ultima nel suo libro che nel peggiore dei casi verrà letto da quattrocento persone. Sono la moglie di un operaio delle officine di Bellinzona , una di quelle tante donne che ha vissuto lo sciopero con apprensione ma con la convinzione di essere nel giusto, una di quelle che non ha versato una lacrima e non per orgoglio o insensibilità ma per il semplice fatto che era ed è convinta che ognuno debba avere il sacrosanto diritto di reagire alle avversità come meglio crede o semplicemente come può. Non ho mai, neanche per un istante dubitato che lo sciopero sia stato un orrore o peggio ancora, pericoloso per la quiete famigliare; non ho avuto nemmeno una piccolissima discussione con mio marito, anzi, quest' esperienza ci ha fatto avvicinare ancor più di quanto non lo fossimo già e nel mio caso, mi ha fatto conoscere un lato del carattere del mio compagno di vita che non avevo mai avuto la possibilità di vedere prima in quanto non se n'era presentata l' occasione, la sua piena fiducia in quel discorso che stavamo portando avanti e la convinzione assoluta che ce l' avrebbero fatta soltanto con le ragioni della giustezza delle argomentazioni senza pensare neanche un minuto alla possibilità di usufruire del piano Noa, possibilità che neanche io ho mai preso in considerazione; se si dovrà cadere, lo faremo a testa alta ci ripetevamo. Quindi: questo sedicente scrittore che avrà sicuramente, o almeno mi auguro, parlato con alcune mogli, avrebbe dovuto almeno per correttezza storica scrivere la parola "alcune " davanti a mogli e non generalizzare a questo modo, tanto più che le donne con le quali ho potuto parlare non si sono riconosciute neppure loro nella descrizione. Con questo non ho voluto fare sterile polemica ma soltanto puntualizzare il fatto che sono state riportate delle inesattezze come ad esempio quella della dipendenza dall'uomo per la sussistenza economica, io ho sempre lavorato e tante di noi lavorano, alcune addirittura si dividono tra casa lavoro e figli, sfiderei costui a fare altrettanto! Con questo saluto tutte le compagne dello sciopero a non solo le mogli ma tutte le donne del Cantone e del resto della Svizzera che hanno contribuito, in maniera magari più silenziosa ma importante, a far vincere i nostri uomini, il Canton Ticino e la classe operaia che deve riprendersi, nella storia, il posto che le spetta.”

Pascale

“Non sono assolutamente d'accordo su come ci descrive questo signore e non riesco a capire con chi abbia parlato, non credo che lo abbia fatto né con una moglie e sicuramente non con una donna.
Dunque credo siano delle supposizioni senza nessun valore! Mai come in questo mese io e mio marito siamo stati d'accordo sullo sciopero e sulla determinazione a lottare e lo abbiamo sempre fatto di comune accordo. Molto spesso io ero in pittureria ad aiutare perché ho sempre creduto fermamente che la lotta avrebbe portato a qualche cosa di positivo e infatti così è stato se hanno salvaguardato i posti di lavoro ma personalmente mi ha anche fatto crescere, dopo questa esperienza sono cambiata. Sicuramente lo sciopero non ci ha diviso come è stato scritto nel libro ma ci ha ancora uniti di più.
Riguardo alla sussistenza economica non mi sento di sicuro dipendente da mio marito, io lavoro e porto avanti una attività di famiglia con mia madre. Mai ho pensato all'offerta Noa come una possibilità.
Sono stata dispiaciuta nel leggere queste parole ancora una volta denigranti nei riguardi delle mogli e delle donne!”

Saida

“Con questa mia intendo fare alcune considerazioni sul capitolo "I giorni e le notti delle mogli" apparso nel libro"SCIOPERO a Bellinzona il Cantone si rivolta" di Hanspeter Gschwend.
Siccome sono stata citata nel suddetto quale moglie di Ivan Cozzaglio, mi presento!
Il mio nome è Saida, faccio parte di quelle "alcune donne che lottano a modo loro"con il gruppo teatrale e sono stata io a salire "sul podio a Berna davanti a palazzo federale per prendere la parola" ma non in via eccezionale bensì per rappresentare le mogli degli operai e in tempi brevi vista la mancanza di un permesso ufficiale per un insediamento sul suolo .
In virtù della trasparenza comunico che ho 37 anni, 2 figli, sono membro della segreteria e del comitato cantonale del partito comunista ticinese.
Non sono femminista, non ho mai pulito una pentola nelle cucine della pittureria (come nessuna, era territorio cuochi), chi mi conosce assicura che non sono un angelo né del focolare né per mellifluità e soprattutto sono convinta della beneficità dello sciopero!
Leggendo quel capitolo, la mia prima impressione è stata che fintanto che gli uomini(scrittori,sindacalisti,politici,operai,padri,imprenditori,…o qualsiasi Primato della specie Homo Sapiens) si arrogano il diritto di definire la donna con termini quali "dipendente" o che asseriscono che "a casa l'uomo non si lascia condizionare", il mondo intero continua la
sua inesorabile immobilità in un pantano stagnante di cliché errati e superati.
Con questo, non credo che il signor Gschwend sia un maschilista, ma posso supporre che in lui alberghi il seme della misoginia.
Sono raccapricciata e delusa (ma non stupita) che coloro i quali, avendo il potere della comunicazione, che sia mediatica o cartacea, spargano a piene mani questa insana semenza.
Lo sciopero delle officine è stato lo sciopero degli operai, la pitturerai era un forum aperto,una sorta di poliedrica agorà.
Ma cosa si aspettava di vedere il signor Gschwend? Un branco di virago isteriche che a suon di invettive violentavano i timpani strappandosi il microfono vicendevolmente?
Un folto gruppo di femministe politicizzate inneggianti slogan sindacali? Nel panorama istituzionale, politico, sindacale è ancora esiguo il numero delle donne; ragion per cui carpire il microfono ed esporre a un pubblico il proprio pensiero, per una donna non avvezza è emotivamente difficile da gestire. Vige una sorta di timore a palesarsi e uno dei tanti motivi è dato da chi come lo scrittore minimizza il ruolo femminile.
Personalmente credo siano le donne a dover sviluppare il loro potere per cambiare questo genere di coscienza maschile, partendo dai figli che alleva e dagli uomini con cui interagisce, veicolandone l'educazione.
Non credo di essere stata estrema né di aver distorto il pensiero dello scrittore. Carta canta. Verba volant, scripta manent.
A parer mio è pericoloso mandare questo tipo di messaggio che vede la donna remissiva, nascosta, con le lacrime in tasca, spaventata. Non è progressista, non è reale ma è sterile e pure becero. Inoltre, una situazione di crisi separa.
Etimologicamente in greco crisi significa separazione.
Qualche coppia ne ha risentito, qualche amico ha litigato, qualche lavoratore si è scontrato, per visioni diverse, per lo stress accumulato e per altre umane ragioni.
Ma quanto scrive Gschwend è di stampo generalizzato. La generalizzazione è figlia della superficialità e giacché in questi tempi siamo abituati quasi a fagocitare ogni tipo di spazzature televisive e giornalistiche, si perde il senso critico della valutazione del prodotto di qualità.
Per questo motivo ho deciso di non sottacere il mio pensiero, sarebbe stata una zavorra per il mio percorso di donna.”

Emida

“Mi riferisco all'articolo apparso su il Caffè di domenica 30 novembre 2008, tra gli altri articoli che presentano il libro "Sciopero a Bellinzona" di Hanspeter Gschwend, da poco tradotto e pubblicato in italiano dalla Tipografia Rezzonico, ed in particolare alla parte ripresa dal libro stesso "Quelle mogli a casa e in "pittureria ad aspettare la fine dello sciopero".
Certo è che gli occhi con i quali vengono descritte le donne e le mogli degli operai in sciopero vedono in modo diametralmente diverso dal mio. Già da qualche tempo volevo intervenire sul silenzio evidente dei media nei confronti dell'altra metà della resistenza, come noi l'abbiamo chiamata, sia durante che dopo la fine dello sciopero. Anche il filmato "Giù le mani" non ha reso completa giustizia al lavoro, alla partecipazione attiva, militante, solidale, coraggiosa, propositiva delle donne in questo mese di sciopero, soprattutto in pittureria, ma anche in piazza durante le manifestazioni.
Posso raccontare come ho vissuto io le donne dello sciopero delle OFFS di Bellinzona, ben cosciente che ancora oggi, per individuare il grande lavoro costruttivo delle donne, bisogna saperlo e, soprattutto, volerlo vedere. Non cercandolo solamente nelle cucine. (detto per inciso, nessuna donna ha lavorato nelle cucine della Pittureria).
Non sono la moglie di un operaio, ma ho frequentato la pittureria da quasi subito dopo l'inizio dello sciopero, perché vi ho trovato anche tra le donne, quello spirito di cambiamento, di voler prendere in mano il proprio destino, di non voler subire oltre, di sete di giustizia, di solidarietà, ormai quasi dimenticate.
Negli anni 70/80 ho fatto parte di gruppi di donne, ho collaborato alla fondazione dell'ODD,
Organizzazione per i diritti della Donna, al giornale "Donnavanti", ho trovato nel trovarci con le donne quell'aiuto e quella solidarietà necessaria per superare momenti difficili. Abbiamo partecipato allo sciopero delle donne nel giugno del 1991, agli 8 marzo con le mimose, ma anche con rivendicazioni importanti per noi.
Ricordo fra gli altri quello del 2004 "Donne in collera" contro l'11a revisione dell'AVS, e altri.
A metà marzo, la prima volta che ho messo piede in pittureria, Augusta, moglie di un operaio in sciopero indossava la maglietta rossa di "Donne in collera", la indossava con coraggio, dignità e voglia di lotta, che non ha mai perso. Un'emozione che mi ha toccato il cuore, che ho vissuto come un passaggio di testimone simbolico da allora, una continuità nella storia delle donne in Ticino che mi da ancora ora la voglia di continuare e di sperare. Questo lo devo a loro.
All'inizio le guardavo: così coraggiose, giorno dopo giorno, gestire il gazebo della solidarietà, dare un seguito apparentemente sereno alla quotidianità di sempre.
E poi hanno incominciato a riunirsi, non con una psicologa, quanto mai, ma per ritrovarsi a parlare, a confrontare ansie, attese, anche a piangere ma comunque sempre con la voglia di intraprendere qualcosa, di portare un contributo concreto e di approfondimento dei problemi.
Ne è scaturita un'esperienza che deve essere ricordata e testimoniata. E' nato il teatro "Giù le mani" e il "Laboratorio Donne delle Officine", che continuerà a lavorare.
Durante una riunione è stato detto: "Questo mese ha fatto nascere dentro di noi sentimenti nuovi, ci ha aperto gli occhi e il cuore su esperienze più tragiche"
Tutto questo è successo anche a me, attraverso loro, e le ringrazio per avermi permesso di continuare questo percorso con loro…. Un abbraccio a tutte.
Resistere, resistere, resistere e …avanti”.

Solidarietà - Anno 9 - N° 23 - 18 dicembre 2008
 

 
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