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Luci e ombre della conferenza sul cambiamento climatico
Riflessioni sulla conferenza di Cochabamba
di Edgardo Lander*
Dopo la Conferenza in Bolivia, i governi possono portare all'interno della prossima conferenza ufficiale sul clima in Messico l'agenda dei movimenti sociali e quella delle popolazioni maggiormente minacciate dai cambiamenti climatici. La conferenza di Cochabamba si è rivelata molto buona e non solo per il numero dei partecipanti. Hanno partecipato circa 33mila persone, più del doppio rispetto alle attese. Circa 10mila venivano dall'estero. Anche i dibattiti sono stati di ottima qualità. E' stato difficilissimo produrre 17 documenti dei gruppi di lavoro e l'Accordo finale dei popoli in soli tre giorni e prendendo le decisioni in modo collettivo anziché in piccoli incontri. Ma ci siamo riusciti e ora abbiamo l'Accordo dei Popoli come alternativa alla cosiddetta Intesa di Copenaghen. Ora i governi (finora solo quelli dell'Alba, ma si spera che se ne aggiungeranno altri prima del prossimo Vertice sul clima) possono portare all'interno della prossima conferenza ufficiale sul clima in Messico l'agenda dei movimenti sociali e quella delle popolazioni maggiormente minacciate dai cambiamenti climatici. Non c'è bisogno di sottolineare l'importanza delle tematiche ambientali globali. Vorrei sottolineare solo due ragioni. La prima è ovviamente il fatto che la crisi che ci sta di fronte minaccia la sopravvivenza del genere umano e la vita sul Pianeta Terra. La seconda è il fatto che le lotte per la giustizia ambientale o climatica sono riuscite a unificare le questioni/lotte più importanti degli ultimi decenni (giustizia/eguaglianza, guerra/militarizzazione, libero commercio, sovranità alimentare, agrobusiness, diritti contadini, lotte contro il patriarcato, difesa dei diritti dei popoli indigeni, migrazioni, critica ai modelli di conoscenza dominanti eurocentrici e coloniali, lotte per la democrazia ecc.). Tutte queste questioni sono state affrontate a Cochabamba e sono tutte, in qualche misura, presenti nell'Accordo finale. Tuttavia, ci sono alcune questioni che mi paiono in sé potenzialmente problematiche.
1. La prima è il fatto che la resistenza mondiale ha in gran parte accettato il modo in cui le questioni ambientali sono state formulate dall'Ipcc dell'Onu in termini di "Cambiamento climatico". Ritengo che una volta che il problema è definito come "cambiamento climatico", è abbastanza facile arrivare al passo successivo: limitare la discussione all'aumento medio della temperatura dell'atmosfera terrestre. Ciò tende a plasmare il dibattito in questi termini: "di quanto limitare le emissioni di carbonio?", senza porre in discussione nient'altro. Non c'è dunque dibattito sui limiti (o sulla crisi terminale) della civiltà antropocentrica patriarcale basata sulla separazione radicale fra esseri umani e il resto della ragnatela della vita, un progetto di civiltà basato sull'idea di una crescita illimitata su un pianeta limitato. Così, ad esempio, invece di sostenere la necessità di porre fine ad un sistema di trasporti basato sulle automobili individuali/private, il dibattito si limita alle energie alternative da adottare (con una nuova spinta al profitto verde) per mantenere intatto questo modello insostenibile. Così, le multinazionali, molti governi e molta parte della comunità scientifico/tecnologica ha potuto mettersi a cercare soluzioni tecnologiche e di mercato ai problemi "tecnici". Il cambiamento del clima è dunque una questione enorme, ma è parte di una più ampia conseguenza distruttiva dello sviluppo, del progresso e della crescita illimitata in questo mondo profondamente ineguale. Queste non sono questioni tecnologiche o di mercato. Non ci si può aspettare che la stessa scienza/tecnologia, gli stessi modelli dominanti di conoscenza, lo stesso sistema di mercato che ci hanno portato alla crisi attuale possano offrirci alternative sagge. Ecco perché la lotta contro il cambiamento del clima ("Cambiamo il sistema, non il clima") al tempo stesso deve lottare contro questo contesto limitato e imprenditoriale. 2. Un secondo problema è il modo in cui le discussioni a Cochabamba hanno definito il capitalismo come la causa principale del cambiamento climatico e della distruzione ambientale. Sono assolutamente d'accordo sul fatto che il capitalismo sia incompatibile con la conservazione della vita umana sulla Terra. Il capitalismo è un sistema di crescita senza limiti. Non può esserci una stato stazionario nel capitalismo, o un capitalismo a crescita negativa. E la crescita illimitata non è possibile su un pianeta limitato. Quindi qualunque alternativa deve essere non capitalista. Però, se si limita la discussione al "capitalismo", sorgono due problemi. Il primo è il modo in cui questo può essere usato da governi o da progetti cosiddetti socialisti per lavarsene le mani e ignorare le proprie responsabilità. ("Il capitalismo è il colpevole, ebbene noi stiamo costruendo il socialismo"). Sappiamo però che il socialismo sovietico fu altrettanto distruttivo, o anche di più, per esseri umani e ambiente. Le alternative devono essere al tempo stesso anticapitaliste e radicalmente critiche rispetto al modello di civiltà dominante. Questa dimensione critica della civiltà tende a essere oscurata quando i problemi sono presentati in termini di responsabilità unica del capitalismo. E' ad esempio il caso del Venezuela di oggi, che pone l'accento sulle responsabilità del Nord e soprattutto degli Usa, tendendo a oscurare le conseguenze di un modello petrolifero basato sullo sviluppo estrattivista socialista statale. Un secondo concetto correlato al primo è che questa critica a senso unico al capitalismo può indurre ad assumere il fatto che questi problemi si possono affrontare solo in una società non capitalista (per es. nel socialismo) dopo una rivoluzione, o dopo l'avvento al potere di un governo progressista. Ho avuto l'impressione che questo fosse il comune sentire diffuso alla conferenza di Cochabamba. Ciò significherebbe ignorare le profonde trasformazioni politiche e culturali verificatesi a partire dalla caduta del muro di Berlino, dalla fine della resistenza sovietica al capitalismo. Nuovi modi di fare politica, basati sulla pluralità, sulla diversità, sull'orizzontalità, sull'idea che il potere statale è importante ma è solo una delle molteplici dimensioni delle necessarie trasformazioni sociali (che si verificano non dopo la presa del palazzo d'Inverno ma qui e ora) sono nati e cresciuti negli ultimi due decenni. Il Forum sociale mondiale ha dato un contributo enorme a questa nuova cultura politica. Se l'adesione al "socialismo" diventasse un'altra volta il criterio in base al quale giudicare il valore o il contributo dei soggetti, delle lotte e dei movimenti sociali, molto di questa recente e valida esperienza si perderebbe. 3. Occorre anche essere cauti riguardo ai problemi che potrebbero sorgere in seguito all'"appello a costituire un Movimento globale dei popoli per Madre Terra", contenuto nell'Accordo di Cochabamba. Molti movimenti sociali non ne vedono la necessità, lo considerano anzi come una sovrapposizione a reti e articolazioni esistenti, o anche come una minaccia potenziale all'autonomia dei movimenti sociali, se i governi dell'Alba cercassero di controllare questo Movimento globale dei popoli. Occorre affrontare con molta attenzione questo problema, per non rovinare alleanze necessarie fra movimenti e alcuni governi nella lotta continua per la giustizia climatica e tutto il resto. Anche in termini di organizzazione, alcuni movimenti latinoamericani hanno già espresso il timore che gli europei possano imporre alle mobilitazioni di Cancún il modello del "Klimaforum" di Copenaghen: un modello considerato in qualche modo alieno rispetto all'esperienza dei movimenti sociali latinoamericani. Non si tratta di una ragione di scontro, ma occorre tener conto di queste sensibilità nel processo verso Cancún.
* sociologo venezuelano
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