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I lavoratori cinesi sulla cresta dell'(H)onda
Stando ad una pubblicazione ufficiale cinese, i conflitti di lavoro, nella sola provincia di Canton, sono aumentati, nel primo trimestre del 2009, di ben il 42%. Ed è solo un dato, ufficiale anche senza parziale, che ci indica qualcosa di profondo che sta avvenendo nel più popolato paese del mondo. I conflitti di lavoro in Cina, che vertono su condizioni di lavoro e di salario, sono sempre più numerosi; a tal punto che quelli più evidenti ed eclatanti hanno occupato le prime pagine dei giornali occidentali. Il conflitto che ha visto protagonisti i lavoratori di Honda e la drammatica situazione dei lavoratori della fabbrica di Taiwan Foxconn hanno riempito le prime pagine dei giornali nelle scorse settimane. Il conflitto alla Honda di Foshan ha visto gli operai scendere in sciopero e, dopo due settimane di duro conflitto, riuscire ad ottenere un aumento dei salari del 35% per i lavoratori regolari e di oltre il 70% per gli studenti lavoratori. Uno sciopero potente che ha praticamente paralizzato tutta la produzione del gruppo Honda in Cina visto che la fabbrica in sciopero produceva pezzi per tutto il gruppo in Cina. Ancora più drammatica la situazione alla Foxconn venuta alla ribalta dopo che negli ultimi mesi si sono succeduti diversi suicidi. Proprietà della multinazionale del settore, Hon Hai, produce alcuni dei " gioielli " di cui va tanto fiero il capitalismo occidentale : l'iPhone della Apple, i giochi della Sony, i portatili Dell e Hewlett-Packard. In realtà il "miracolo economico" cinese, il grande sviluppo segnato in questi anni, la sua attrattività per le grandi multinazionali occidentali, tutti questi elementi sono il risultato di una degradazione sempre maggiore delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di lavoratori e lavoratrici cinesi. Basti ricordare, per non prendere che un solo dato, che, stando alla stesse statistiche ufficiali cinesi, la parte dei salari nel reddito nazionale del paese è scesa, negli ultimi vent'anni, dal 53,4% al 39,7 % mentre quella delle imprese e dei loro proprietari è aumentata dal 21,2 % à 31,3 %. Di fronte a questi sviluppi appare più che mai necessario sviluppare una solidarietà ed un discorso politico che poggi su due elementi. Da un lato la necessità di una solidarietà ampia, continua e incondizionata ai lavoratori e alle lavoratrici cinesi che cercano di conquistare diritti elementari e di migliore condizioni di vita e di lavoro partendo da condizioni spesso simili a quelle degli albori del capitalismo industriale. È il modo migliore, tra l'altro, per combattere le delocalizzazioni industriali dai paesi occidentali, proprio favorite da questo estremo sfruttamento dei lavoratori di paesi come la Cina. Dall'altro la necessità di una critica severa al capitalismo burocratico cinese che in nessun aspetto può essere assimilato a una qualsiasi forma o "modello" di socialismo o di comunismo; di questi concetti esso non è che la drammatica caricatura come lo sono stati, per molto tempo, diversi paesi di matrice staliniana (Romania, Bulgaria, ecc.) Infine non possiamo non denunciare il doppio linguaggio del capitalismo occidentale che sulla Cina esercita, allo stesso tempo, la "retorica" della difesa dei diritti umani e la collaborazione, attraverso le sue imprese e gli accordi economici, allo sfruttamento, inumano, dei lavoratori e delle lavoratrici cinesi.
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