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Giù le mani dalle pensioni!
Giù le mani dalle pensioni!
I piani di austerità varati dai diversi governi europei investono, quasi tutti, i sistemi pensionistici. E quelli che non lo stanno facendo in questi mesi, hanno già proceduto con profonde riforme in un passato assai recente. Questa coincidenza ci conferma, qualora fosse necessario, che le ragioni invocate dai diversi governi per allungare gli anni di contribuzione, per aumentare l'età di pensionamento o per tagliare le rendite pensionistiche sono veri e propri pretesti. A cominciare dal dato demografico, molto spesso invocato. Basterebbe prendere il caso francese per rendersene conto. Certo, anche in Francia tra qualche decennio la percentuale dei pensionati, rispetto agli attivi, crescerà; ma questo fatto nulla ha a che vedere con il "buco" dei conti del sistema pensionistico che il governo francese denuncia e che vorrebbe correggere con il progetto di riforma delle pensioni che due milioni di lavoratori hanno contestato nelle piazze francesi lo scorso 24 giugno. In Francia, è assodato, è la crisi economica (disoccupazione, precarizzazione delle carriere lavorative, ecc.) ad aver portato alle difficoltà finanziarie oggi riscontrabili: e non vi sono dubbi che solo chiamando alla cassa chi in questi anni ha potuto macinare profitti si potrà riequilibrare la situazione. Ma questa offensiva sulle pensioni non potrà essere affrontata se non si riporta un po' di chiarezza sulla sua reale portata, permettendo così di mettere in luce gli aspetti più viziosi della propaganda borghese e padronale. In realtà questa offensiva sulle pensioni rientra nelle politiche di austerità che tutti i governi di ispirazione neoliberale stanno conducendo. E poco importa che la loro etichetta sia "socialista" o "democristiana", o "liberale": tutti conducono le stesse politiche nell'interesse del capitale tese a scaricare sui salariati i costi della crisi. Le pensioni, lo sappiamo, non sono altro che salario; salario differito che viene accumulato e poi versato, sotto forma di rendita, al momento in cui i lavoratori e le lavoratrici andranno in pensione. Un attacco alle pensioni, alle future rendite, non è altro che una forma di attacco al salario indiretto dei lavoratori e delle lavoratrici, spesso coordinato con gli attacchi al salario diretto, quello che i lavoratori percepiscono ogni mese. In questo senso l'obiettivo è chiaro: fare in modo che di tutta la ricchezza creata attraverso il lavoro una parte sempre minore vada a favore del salario (diretto, indiretto, sociale) e una parte maggiore vada a remunerare il capitale. È questa d'altronde una tendenza già in atto ormai da circa due decenni nel capitalismo mondiale e che in parte spiega le origini della crisi nella quale viviamo. Ma oggi questo processo viene accelerato attraverso bruschi attacchi al salario nel suo complesso. Diminuzioni dei salari, attacchi alle pensioni, diminuzione delle prestazioni sociali: sono le diverse sfaccettature di una strategia tesa a ristabilire un tasso di profitto sufficiente nel quadro di una concorrenza capitalistica sempre più esacerbata. Il recente G20 non ha fatto altro che confermare questo orientamento, privilegiando le politiche di austerità che sono parte integrante, ed importante, di questo processo di ulteriore modificazione della redistribuzione di ricchezza tra capitale e lavoro. Lottare contro i progetti di peggioramento del sistema pensionistico (come quello che si annuncia anche da noi con l'aumento dell'età AVS delle donne) è un elemento fondamentale oggi di una strategia contro un capitalismo sempre più aggressivo nel suo declino storico.
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