Crisi e vecchie ricette
Argomento: Politica cantonale Data: 10/3/2010
Se lo Stato pensa al mercato
di Giuseppe Sergi*
Gli ultimi giorni hanno visto nuovi annunci di soppressione di posti di lavoro (dalla Metalor di Bienne alla Clariant di Basilea, al Corriere del Ticino nel nostro cantone). Malgrado i discorsi tranquillizzanti (il peggio sarebbe passato…) la situazione resta grave. Per la verità alcuni si sono ripresi e bene: le banche, tanto per cominciare, i manager di queste stesse banche, che continuano ad incassare bonus astronomici, tutti gli azionisti che, grazie anche alla soppressione di decine di migliaia di posti di lavoro, anche quest'anno incasseranno lauti dividendi… Per i salariati e i pensionati (cioè coloro che, per vivere, non possono contare che sul proprio lavoro o sul frutto del proprio lavoro come una pensione - e che rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione) la situazione diventa sempre più difficile. Redditi, salari e pensioni diminuiscono, i posti di lavoro diventano sempre più insicuri, aumentano precarietà e flessibilità (per "salvare" i posti di lavoro viene detto). Ad alcune categorie, a cominciare dai giovani (apprendisti o studenti), il futuro non offre alcuna prospettiva incoraggiante e diventa sempre più difficile trovare un posto di lavoro. Le sacche di povertà si gonfiano e i poveri si contano a centinaia di migliaia anche nel nostro paese. Basti ricordare, per non citare qui che un solo indicatore tra i molti indizi che si palesano, che circa 15'000 persone in Ticino non riescono nemmeno a pagare i premi di Cassa Malati…
Lo Stato pensa al mercato…
Di fronte ad una crisi così profonda, in particolare nei suoi aspetti sociali, sarebbe stato necessario un intervento pubblico teso soprattutto ad offrire occasioni di lavoro e formazione a chi non ne ha, ad ampliare la rete di protezione sociale, a cercare di rafforzare il controllo del mercato del lavoro per evitare che dumping ed abusi di vario genere peggiorassero ulteriormente la situazione. Invece si è deciso di andare in tutt'altra direzione. L'insieme di misure decise dal governo circa un anno fa (e poi messe in pratica con il sostegno del Gran Consiglio) si sono preoccupate di "stimolare" l'economia partendo dall'ipotesi che solo dalla ripresa del mercato, dalla ripresa dei meccanismi di sviluppo potevano giungere risposte positive a tutti coloro che erano e sono in difficoltà. Così, ad esempio, si era pensato di dedicare la fetta più cospicuo dell'intervento complessivo (circa 25 milioni su una ottantina) agli sgravi fiscali per le persone giuridiche: una decisione, fortunatamente, sconfessata lo scorso mese di novembre in votazione popolare. Ma, accanto a questa, tutta un'altra serie di misure tutte orientate nella stessa direzione: concessione di fidejussioni per le piccole e medie imprese, cospicuo sostegno ad un settore che non ne ha bisogno come quello dell'edilizia (in modo diretto o indiretto), sussidi (poi rimasti, anche in questo caso fortunatamente, lettera morta) per la rottamazione delle automobili, etc. A tutto questo si aggiungeva un ruolo diretto dello Stato, in materia di creazione di posti di lavoro, assai ambiguo. Pur riconoscendo l'insufficienza del servizio pubblico in alcuni settori, pur riconoscendo che queste difficoltà sarebbero aumentate dall'irrompere della crisi occupazionale (come nel settore del collocamento o dell'assistenza sociale) non si andava al di là della prospettiva di assunzioni a termini, nel quadro dei famigerati programma occupazionali. Per i disoccupati, per le famiglie in difficoltà, per gli anziani che non ce la fanno (e sono molti), per i giovani che non trovano un posto di tirocinio o di lavoro, nulla: aspettare che il mercato creasse opportunità per loro…
Soddisfatti di sé stessi…
In un recente intervento il governo afferma che tutte le misure proposte (una sessantina) sono operative e stanno dando i risultati sperati. Peccato che praticamente nessuno ne veda i risultati, né dal punto di vista occupazione, né da quello sociale, né, tanto meno, da quello (auspicato) di una "ripresa" dell'attività economica. Il governo, anzi, sostiene che queste misure bastano ed avanzano e, rispondendo, alle preoccupazioni del gruppo parlamentare PPD, affermava di non pensare ad una ulteriore manovra. Non sembrano, i consiglieri di Stato, preoccuparsi dell'approfondirsi della crisi sociale, delle prospettive inquietanti che ci suggerisce l'evoluzione della situazione economica e finanziaria nazionale ed internazionale. No, il nostro governo è preoccupato di far andare in porto l'amnistia fiscale (magari con anche qualche ulteriore sgravio per i redditi dei più ricchi). Ci si dice che alla fine per lo Stato non vi sarà un grande guadagno in termini fiscali (poche decine di milioni di franchi); ma la storia è che i capitali emersi verranno sicuramente investiti e creeranno così sviluppo ed occupazione: “Ridiventando bianchi, i capitali neri potrebbero nuovamente venir investiti nell'economia, favorendo il rilancio congiunturale." (Marco Bernasconi dixit). Si tratta naturalmente di panzane mostruose. È a tutti noto che i capitali in nero (se si escludono quelli tenuti sotto qualche materasso come ai bei tempi…) sono comunque investiti nell'attività economica; le banche e le finanziarie che amministrano questi capitali certamente consigliano ai loro clienti molte occasioni di investimento, non solo in attività finanziarie, ma anche in altre attività… Ecco di cosa si sta occupando, con grande impegno, il governo ticinese. Ed allora appare più che mai necessario impegnarsi per cercare, con ogni mezzo, di creare resistenze di fronte ai processi di ristrutturazione (licenziamenti, lavoro ridotto, riorganizzazioni) che continuano e continueranno nei settori economici pubblici e privati. È questa la prima necessità per poter giungere a creare quel rapporto di forza sociale e politico che, solo, può far cambiare ai governi le logiche di intervento di cui abbiamo parlato. Come non ricordare qui l'esempio dei lavoratori delle Officine? Senza lo sciopero un'altra prospettiva per le Officine non ci sarebbe stata. Creare una, dieci, cento Officine: solo così il futuro ci riserverà qualche prospettiva più incoraggiante.
* articolo apparso, in forma leggermente diversa, sul foglio nro 2 dell’associazione ilforum
Solidarietà - Anno 11 - N° 5 - 11 marzo 2010
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