Riflessioni sul processo boliviano
Argomento: America-Latina Data: 10/3/2010
Bolivia, tre rivoluzioni
di Guillermo Almeyra*
La Bolivia sta portando a termine tre rivoluzioni simultanee: una democratica, decolonizzatrice, di ammodernamento; un'altra, culturale, che elimina il ritardo e la barbarie imposti dal passato di sfruttamento e sottomissione e la terza, sociale, dal contenuto oggettivamente anticapitalista. Evo Morales e il suo governo conducono le prime due con gran vigore e decisione, ma le forme e il contenuto della terza sono ancora indefiniti. Due casi recenti illustrano le difficoltà che derivano dal passato. Il primo è quello dell'intellettuale aymara ed ex ministro Félix Patzi, fino a poco tempo fa candidato niente meno che a governatore di La Paz e che è appena passato all'opposizione e sta tentando di formare il suo partito contadino su basi razziste (dice che i ministri bianchi lo perseguitano). L'altro è quello del rifiuto da parte dello Stato Maggiore delle forze armate di fornire alla giustizia i documenti sulla dittatura, i desaparecidos e le torture. Analizziamoli un po'. Il governo, attraverso la via legale, aveva dichiarato che condurre in stato di ebbrezza costituiva un delitto punibile con il carcere, come in ogni paese civilizzato. Il sindacato degli autisti di autobus ha dichiarato uno sciopero di 48 ore per la revoca di questo provvedimento, difendendo ovviamente il "diritto" a condurre ubriachi e, inoltre, Patzi è stato beccato mentre guidava ubriaco e Evo Morales, immediatamente, così come il MAS, il suo partito, lo hanno eliminato automaticamente come candidato governatore della principale città boliviana, indipendentemente dalla sua popolarità e dal suo appoggio organizzato. Patzi, inoltre, all'inizio ha mentito cercando di spiegare la sua ubriacatura dicendo che veniva da un'inesistente veglia funebre di una cugina. Ha opposto, in pratica, gli usi e costumi (alle veglie funebri tutti bevono) alla legge statale e, in seguito, per peggiorare la situazione, è andato nella sua zona natale perché la sua comunità gli infliggesse un castigo (fabbricare mille mattoni di terracotta in tre giorni). L'impossibilità materiale di produrli in un tempo così breve (ridotto in più da interviste e riunioni) costituiva di per sé un'altra menzogna evidente e, una volta di più, un tentativo di opporre gli usi e i costumi alla legge statale (anche se, dal punto di vista di questi, il castigo avrebbe dovuto essere deciso dalla comunità dove aveva commesso il delitto e non dalla sua comunità originaria). La legge della Repubblica è stata violata in nome dell'incorporazione degli usi e costumi nella Costituzione, ma calpestando allo stesso tempo il precetto indigeno ufficiale di "non mentire", approfittando del fatto che in Bolivia, come in molti altri paesi, ubriacarsi è una cosa molto comune e da uomini, tanto che "beber" (bere alcolici, ndt.) è sinonimo di "macharse" (da "macho", maschio, ndt.). D'altra parte, le decisioni legali che tendono a rinforzare lo Stato si sono inoltre scontrate, in questo caso, con l'indigenismo razzista di Patzi (e dei suoi arretrati seguaci, i quali credono che gli sfruttatori siano solo i k'aras, i bianchi, anche se ci sono capitalisti aymara) e con il nepotismo e il clientelismo dell'ex-ministro durante il suo periodo di amministratore pubblico, così come con il corporativismo della Federazione Contadina di La Paz, che lo ha seguito acriticamente e sulla quale Patzi tenta di costruire il suo partito di opposizione. Nel caso del comando militare e della sua opposizione alla giustizia, agiscono diversi fattori (come, per esempio, l'influenza delle forze conservatrici e controrivoluzionarie nazionali e straniere tra gli alti comandi), ma predomina, di nuovo, il corporativismo. I militari di oggi coprono i dittatori e assassini del passato perché "cane non mangia cane" e perché sperano che in futuro gli si offra la stessa solidarietà di casta. Bene, ora, in uno Stato moderno - e Morales vuole modernizzare la Bolivia - i militari sono sottomessi alle leggi e ai poteri statali e non sono un corpo che può funzionare in autogestione. Di nuovo, i tentativi di far uscire la Bolivia dall'arretratezza (le ubriacature, il clientelismo, la corruzione, l'arbitrarietà dei corpi separati) per imporre una Costituzione, uno Stato di diritto e costruire, per la prima volta nella sua storia, un vero Stato capitalista, si scontrano con lo spessore politico-culturale del colonialismo e del precapitalismo. E questo non si elimina in un paio d'anni, ma richiede una lunga rivoluzione culturale. Non basta insomma arrivare al governo e ottenere un appoggio popolare dell'ottanta per cento contro la reazione, se non si ha realmente il potere e se questo appoggio di massa è molto minore in quasi tutti gli aspetti della vita politica e quotidiana, che, nel bene e nel male, sono marcati dal passato. Qui entra in gioco il problema della terza rivoluzione, quella anticapitalista, che figura tra le aspirazioni di Evo Morales e Álvaro García Lineras, ma che non permea né i provvedimenti del loro governo, né l'azione del loro partito, il MAS. In primo luogo, questo è un pool di interessi corporativi, un'alleanza di organizzazioni sindacali e sociali con le loro rispettive burocrazie, e non è in condizione di orientare il governo. In secondo luogo, secondo le tradizioni nazionaliste-sviluppiste (1) della rivoluzione del 1952, il governo confida nell'apparato statale per industrializzare il paese e non nelle capacità di autogestione e costruzione di un'economia alternativa da parte degli operai e dei contadini. Questo dipende, come in passato, da un'economia estrattiva, esportatrice e dalla produzione da parte dello Stato delle stesse cose che producevano i capitalisti privati. Costruisce così il capitalismo di Stato e cerca di creare un apparato burocratico per dirigerlo e usa l'appoggio di massa come se fosse la sua fanteria d'assalto, ma senza che i lavoratori discutano e decidano cosa fare nel territorio e cosa con le risorse. Ma nemmeno questo si ottiene rapidamente e, inoltre, dipende dai progressi della rivoluzione culturale e dalla situazione economica a livello internazionale.
*Guillermo Almeyra insegna all'UNAM (Università nazionale del Messico) e segue attentamente il processo in corso in Bolivia e ne analizza le dimensioni multiple, spesso ignorate da una parte della "sinistra radicale". La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà.
Nota
1. Le politiche sviluppiste (desarrollismo) partivano (soprattutto negli anni 1950-1960 e seguenti anche se si non sviluppate dagli anni Trenta) dal deterioramento dei termini dello scambio tra il "centro industriale" e la "periferia agricola e produttrice di materie prime", in questo metteva in dubbio la teoria classica del commercio internazionale partendo dai vantaggi comparativi. La principale conclusione che ne derivava: dare allo Stato un ruolo attivo nello sviluppo industriale (per accrescere la sostituzione delle importazioni). (Red.)
Solidarietà - Anno 11 - N° 5 - 11 marzo 2010
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